Cinque radici per un autoritratto in versi

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UN POETA IN ASCOLTO DELLA NATURA

Già da bambino Tiziano Fratus amava circondarsi di silenzio e aggirarsi nel paesaggio della pianura bergamasca. Il fiume, la campagna, i campi arati, i filari di pioppo, le rogge, le nebbie, le estati brucianti, i voli delle rondini. Più che la compagnia dei suoi coetanei il giovane uomo cercava l’incanto – talvolta armonioso e melodioso, talvolta terribile e spietato – dei moti della natura, quantomeno la natura che resiste all’interno di un mondo fortemente antropizzato. Poi sono arrivate le colline del Monferrato, i vigneti disegnati a pastello, i vecchi borghi annidati intorno a castelli spesso diroccanti. Gli scorpioni neri fra le pietre dei muri a secco. I castagneti abbandonati e le lunghe passeggiate autunnali col padre. L’età adulta ha amplificato questa ricerca e questi ascolti, portando Fratus ad esplorare le vaste foreste della California, là dove è sbocciato il concetto di Homo radix, nonché le selve e le riserve alpine, e tutto quel sonoro silenzio cantato delle geometrie boschive e dendrografiche/dendrosofiche che è andato a perlustrare e che sono diventate talora poesie, talora descrizioni e viaggi, talora storie. Ecco cinque poesie che vanno a comporre un minimo autoritratto in versi di Tiziano Fratus.

>>> Autoritratto di paesaggio con gelso
>>> L’ultima foresta
>>> Invernare
>>> Bosco itinerante
>>> La Bibbia del selvatico

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