Di una natura che ogni tanto ci spaventa

.
.
Tiziano Fratus
DI UNA NATURA CHE OGNI TANTO CI SPAVENTA
La penna dello scrittore racconta in anteprima per noi i suoi pensieri sul parco di Levico e gli alberi da fare rinascere
.

Esiste qualcosa di drammatico che unisce la violenza di una tempesta che devasta una foresta, un giardino, una riserva naturale, e una città capovolta dalla terra che si fa liquida a causa di un terremoto. Ma esiste anche un qualcosa di inaudito, e di altrettanto drammatico, nella visione di una città che viene bombardata, come oggi ne vediamo in Siria e nei territori del Medio Oriente, nelle guerre civili che infiammano e insanguinano i suoli del pianeta, nelle devastazioni aperte in un lampo da un attentato, la stessa grana dolorosa che sappiamo riconoscere nelle fotografie datate dei campi di concentramento. Quando la natura, che sia atmosferica o geoterrestre, umana o casuale, attiva un movimento che genera caos nel nostro più o meno piccolo mondo, ogni forma di certezza viene a mancare. L’essere vivi degli umani viene messo in discussione, ogni declinazione di certezza, di sicurezza, di salvezza, si polverizza. Si liquefa. C’è questo spavento, reiterato, di essere improvvisamente in un mondo incontrollabile, periglioso, inaffidabile, o addirittura minaccioso, spietato, mortale, che ci trascina in quello stato di natura delle foreste antiche, dove ogni essere vivente vive a discapito degli altri. Un eco di altri mondi che non coincide con la foresta, o meglio, col bosco che noi oggi possiamo attraversare. Nel quale possiamo abbandonarci per camminare, per rilassarci, per godere di una passeggiata nel verde, nel ventre di quella che enfaticamente talvolta indichiamo quale Madre Natura. La natura che abbiamo a portata di caviglia, sia un parco pubblico ben gestito, l’abetina che circonda il lago di Carezza, i lariceti sparsi, seminanti, delle Dolomiti, è ordinata, disciplinata. Talvolta semmai dimenticata, e quindi rinselvatichita. Comunque messa in sicurezza, secondo il nostro perenne bisogno di libertà e certezza.

Poi accade che la natura ogni tanto scuota. Divampi. Travolga. Quando il ciclone Vaia ha spazzato con raffiche di vento prossimi ai duecento chilometri orari le montagne e gli abitati del Trentino, dell’Alto Adige, del Bellunese, molto di quel che la natura stessa – nel giro di un paio di secoli, in forma di alberi, di boschi e giardini, di alberate – aveva potuto edificare, letteralmente costruire, è stato decimato. Forse soltanto le guerre degli umani avevano potuto così tanto. Intere legioni di conifere giacciono distese, come enormi bastoncini del gioco di Shangai. Case scoperchiate. Luoghi a noi prossimi, e cari, quasi cancellati. Rimozione vasta e sconsolante. Dal grande diaframma restringiamo al piccolo dettaglio, e così si è scoperto che poche unità arboree meno di duecento sono state sradicate, spezzate, divelte, dal soffio del Dio dei venti nello storico parco asburgico delle Terme di Levico. Una geografia di biodiversità da diverse parti del mondo quasi azzerata dal capriccio di poche ore di vento sostenuto. Quanto poco il mondo è persistente, e quanto siamo noi e quel che possiamo fare fragili. Impermanenti, come dicono gli amici buddisti. Oggi, chi passeggia lungo i viali fino a pochi mesi orsono ombrosi del Parco delle Terme di Levico ritrova un paesaggio da anno zero, tranne alcuni fortunati superstiti, come un amato faggio. Si è ritornati all’epoca del disegno e della prima apertura, quando la storia di qualsiasi invenzione umana presenta un inizio: la mente immagina, le mani realizzano. E poi la natura, spesso accompagnata, talora suggerita, crea volumi, innalza tronchi, spalanca chiome, e dona la meraviglia delle foliazioni primaverili, che raddoppiano improvvisamente i nostri piccoli giardini e boschi portatili, la delicatezza delle fioriture, l’incanto degli autunno romantici. Oggi dunque il parco ricomincia una nuova storia: lo fa grazie alla volontà dell’amministrazione e dell’impegno dei cittadini. Toccherà garantire cura, amore e passione. Scegliere nuove piante e attraversare la magia del tempo maturando insieme a questo nuovo mondo in crescita. Così, i bambini del 2019, vedranno mettere a dimora pianticelle alte una o due spanne, un braccio, poco più; fra vent’anni, sotto la loro chioma rigogliosa chiederanno magari la mano alla donna che diventerà la madre dei loro figli; e, dunque, quando saranno curvi su un bastone, con la pelle quasi trasparente, si ritroveranno ai piedi di alberi maturi e penseranno a quando erano bambini e tutto è ricominciato. D’altronde non siamo altro che macchine del tempo.

.

°Cultura e società° de L’Adige di giovedì 14 marzo 2019.