La voce poderosa della poesia

LA RADICE PRIMA DELLA SCRITTURA DI TIZIANO FRATUS

Sebbene il percorso artistico di Tiziano Fratus ha trovato diffusione nel mercato editoriale attraverso la prosa e le pubblicazioni inerenti alla sua ricerca naturalistica, oltre che alla collaborazione coi quotidiani La Stampa e Il Manifesto, la prima radice della sua scrittura è e resta la poesia. Molte idee e diversi passi delle sue opere più note sono nati come componimenti poetici o quali intuizioni poetiche, quindi si sono adattati alle forme della narrativa e del racconto. La poesia è un torrente carsico che continua a fluire e che ogni tanto trova una forma compiuta, in italiano o nelle diverse traduzioni in altre lingue. Fra le sue pubblicazioni in versi si ricordano Lumina, Il Molosso, Il lupo di Trana e altre poesie naturali, Una stanza a Gerusalemme, Il vangelo della carne, Il respiro della terra, La staticità dei pesce martello, Poesie luterane, Gli scorpioni delle Langhe, Un quaderno di radici e Vergine dei nidi.

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BOSCHI MINIATI

La più recente produzione in versi di Tiziano Fratus è ispirata al concetto di “minimalismo sacro” o “minimalismo mistico”, riconosciuto in musica per il percorso di compositori quali Alan Hovhaness, John Tavener e Arvo Part, nonchè alla pratica quotidiana di meditazione zen in natura. Nel 2015 Fratus inaugura una nuova forma di scrittura in versi con la silloge Musica per le foreste (Mondadori, appendice al romanzo Ogni albero è un poeta), a cui seguono l’antologia Poesie creaturali, pubblicata dalla Libreria della Natura di Milano, e la nuova opera Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio, per le edizioni Aboca.

T.F. scrive in proposito: «In questi ultimi anni ho dedicato molto tempo a studiare le potenzialità di una forma di scrittura in versi disegnata e musicale, che potesse essere ora dialogante ora meditativa. Minuscoli marchingegni dove a ruotare non sono ingranaggi ma parole, parole vive che cercano costantemente una forma, ora scolpita nella geometria, ora piuttosto celata nel silenzio che le circonda, ora decifrata dalla mente del lettore. Boschi miniati di parole viventi. In queste geometrie ritagliate a forma di seme, di radice o d’albero, ci sono voci che si confessano, menti che ragionano, forze che si librano, che premono, che complottano; esiste un mondo di istanti catturati, ipotetici o reali, cronaca e fantasia, atti unici fotografati o immaginati.».

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NEL CONTEMPORANEO

La poesia che Tiziano Fratus pratica ha radici in quei sentieri dell’oceano afforestato della carta scritta che ha tentato, anzitutto in lingua inglese, di aprire, di rinnovare, di squadernare il verso libero. Talvolta ampliandosi sulla riga, spingendosi a moltiplicarsi, nei termini, nell’articolazione, nel respiro, talvolta adottando architetture più ampie, cercando insomma di fare della poesia qualcosa di ultra-poetico.

In molti hanno navigato le antiche forme del poema, altri hanno raggiunto il parente narrativo più stretto, il romanzo in versi. Un’operazione analoga è stata tentata nel teatro, estroflettendo il testo, il dramma, la pièce, in una scansione in versi, forma che ancora oggi ha epigoni e esploratori.

T.F. – A seguito segnalo alcune opere che hanno attribuito valore e nutrimento alle mie ore da lettore “accanito”, “inforestato”. In ordine affettivo, o quasi:

  • Letter to an Imaginary Friend di Thomas McGrath, una immensità, non semplicemente un vasto poema in lingua inglese, bensì una lingua a parte;
  • Paterson di William Carlos Williams, vasto poema americano;
  • Freddy Neptune di Leslie Allan Murray, il Bardo del Bush, australiano;
  • Montains and Rivers without End di Gary Snyder, poeta laureato del silvatico;
  • Omeros di Derek Walcott, colui che ha incantato così tanti miei coetanei;
  • Howl e Kaddish di Allen Ginsberg, quantomeno nell’alternanza dei linguaggi;
  • Una maschera di scimmia di Dorothy Porter, da cui fu tratto un film;
  • L’adozione della scozzese Jackie Kay, tre monologhi inversi intrecciati;
  • Canto general di Pablo Neruda, un “must” dei miei vent’anni;
  • Dove si ferma il mare di Yang Lian, splendida opera poematica cinese.

La passione per la poesia non si esaurisce ovviamente nella forma poematica. I nomi dunque di poeti e poetesse letti e ammirati sarebbero decine e decine. Mi accontento di ricordare figure quali John Berryman, W. S. Merwin, E. Bishop, Robert Lowell, Geoffrey Hill, T. S. Eliot, Ezra Pound (di cui volutamente non indico, per ragioni davvero troppo lunghe da illustrare in questa sede, i Cantos), J. Kerouac, Wallace Stevens, Marianne Moore, W. H. Auden, Heiner Mueller, Arsenij Tarkowskij, Jacques Prevert, Boris Pasternak, Rolf Dieter Brinkmann, Alejandra Pizarnik, Paul Celan, Philip Larken, Ted Hughes, Adam Zagajewski, Wendell Berry, José Watanabe.

Sento di dover dichiarare un debito d’imaginazione al “maestro della poesia agreste novecentesca americana”, Robert Lee Frost, che ho letto per tanti anni come se fosse una vera e propria Bibbia selvatica dei nostri tempi. Mi sono nutrito altresì della poesia sapienziale di Rabindranath Tagore (anzitutto Gitanjali e Il paniere di frutta), degli incendi, delle geometrie e delle splendide immagini folgoranti della poesia del gallese Dylan Thomas, quando delle epifanie quotidiane dell’espatriato Emanuel Carnevali (conosciuto grazie ad Antonio Moresco).

Un posto speciale occupano le poesie naturali di Mary Oliver, forse la più prossima al canto arboreo che sto imbastendo in queste ultime stagioni. E non dimenticherei, per concludere, due anticipatori ottocenteschi: Walt Whitman (Leaves of Grass) e Herman Melville, autore quest’ultimo, negli ultimi anni della sua vita, di un vasto viaggio spirituale in Terra Santa dal titolo Clarel, poema in diciottomila versi, pubblicato a proprie spese in 350 copie nel 1876, la maggior parte delle quali finite drammaticamente al macero.

Per quanto concerne il panorama italiano debbo tanto alla lettura del corpus poetico di Pier Paolo Pasolini, Guido Gozzano, Elio Pagliarani, Mario Luzi, Giorgio Caproni, Alda Merina, Amelia Rosselli, Andrea Zanzotto, Vittorio Sereni, Giovanni Raboni, Giovanni Testori, i più attuali Giuseppe Conte, Fabio Pusterla, Antonella Anedda, Nevio Spadoni, nonchè alcune voci dell’attuale poesia piemontese che ho conosciuto e navigato negli anni del Festival e delle Edizioni Torino Poesia (Beppe Mariano, Remigio Bertolino, Claudio Salvagno, Carlo Molinaro). Il lavoro poetico e drammaturgico di Mariangela Gualtieri (Fuoco centrale), i percorsi sottili di Ida Vallerugo (Stanza di confine), Valeria Rosselli (Il luminaio e La città di Kitez) e Paola Loreto che legano la poesia italiana degli ultimi anni ad altre voci femminili di respiro europeo, quali Agota Kristof (Chiodi), Leta Semadeni (La mia vita da volpe), Ana Blandiana (Un tempo gli alberi avevano gli occhi), Nina Cassian ed il Premio Nobel Wyslawa Szymborska.

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MCGRATH, UN POETA QUASI SCONOSCIUTO

Thomas McGrath (1916-1990)

Una delle più grandi sorprese è stata la lirica di Thomas McGrath (1916-1990), figura in Italia non pervenuta ma per Tiziano Fratus pietra focaia di costante paragone e ispirazione. La sua poesia è pubblicata negli Stati Uniti dalla Copper Canyon Press, mecca per gli appassionati di poesia, co-fondata da quel Sam Hamill che Fratus ha avuto l’onore di considerare anche un proprio lettore. Al McGrath si deve una delle più commoventi definizioni di arte e poesia, che egli rilasciò quando fu chiamato, nel 1953, a occupare la scomoda seggiola degli imputati di collaborazionismo col comunismo e l’Unione Sovietica, ai tempi della caccia alle streghe volute dal senatore McCarthy: «In qualità di poeta devo rifiutare di cooperare con la commissione su quelle che posso soltanto chiamare considerazioni estetiche. La visione della vita che riceviamo attraverso la grande opera dell’arte è un privilegio – è una visione della vita in accordo con probabilità e necessità, non soggetta alla scelta e al caso imposti dalle nostre esistenze reali, tuttavia in un senso più concreto rispetto a quel che riconosciamo intorno a noi.» Sui temi della poesia di questo poeta immigrato inizia ad essere stato scritto molto, ma valga quel che «The Washington Post» annunciò nel necrologio: «Marxist poet Thomas McGrath died on Sep 19, 1990 at the age of 73», ossia «poeta marxista.» Per altri critici ha incarnato la figura del poeta “radicale”. Cresciuto nella vasta provincia delle cooperative agricole che cercavano di contrastare banche e lobbies, fu saldatore ai cantieri navali e sindacalista a New York; combattè nella seconda guerra mondiale e rientrato negli Stati Uniti iniziò a lavorare nel settore della sceneggiatura per documentari. Fra ha dedicato alcuni scritti al poesta americano, fra i quali un articolo uscito sulle pagine de «Il Manifesto». Ecco cosa ne scrive T. F.: «Nella poesia di Tom McGrath c’è attenzione per la condizione degli uomini e delle creature, si avvicina a quella che in quanto figlio della terra, della grande pianura padana e dei territori prealpini, percepisco intimamente e prossima. Uno sguardo che non lascia niente indietro o da parte.»

Materiali utili

  • Thomas McGrath – I versi nel labirinto di un mondo disumano (leggi qui) (articolo apparso su Il Manifesto)
  • Sentiero Dogen – Altra sorgente fondamentale è il pensiero dei padri spirituali, del buddismo zen, anzitutt ma anche del cristianesimo; particolare attenzione presto al messaggio e alla pratica coniati da Eihei Dogen Zenji, maestro giapponese del XIII secolo di cui Fratus ha tradotto alcune poesie (leggi qui).