LA NATURA, IL CAMMINARE, LA STUPEFAZIONE
Nei giorni bui, quando la vita sembra un calpestio di lamenti e movimenti contorti, la comunicazione con il mondo, sia il mondo degli uomini sia il mondo dei nostri corpi, non ci conduce dove vorremmo andare, abbandonare i legami con le abitudini e immergersi nella natura si rivela un antidoto positivo, lenitivo. Magari basta leggersi un buon libro, astrarsi e lasciarsi andare sulle onde delle parole e dell’immaginazione, magari basta sfarsi e ricomporsi nelle immagini di un film di Terrence Malick, oppure, come fa chi scrive, immergersi in un bosco, salire e faticare, guardare e toccare, rimpicciolirsi fino al limite di scomparire e poi rifiorire. Per un figlio della terra come me che ha perso troppo presto le proprie radici parentelari calarsi nel paesaggio, nella natura, è stato l’unico modo per emettere nuove radici, in qualsiasi parte del pianeta, radici fisiche e morali.
In questi anni stanno uscendo molti libri dedicati al movimento degli esseri umani, a piedi, in bicicletta, in moto, le scalate e così via. Uno di questi l’ho comprato di passaggio alla Libreria dei Colli di Bologna, un piccolo Eden per gente patita di ambiente e natura. S’intitola L’ebbrezza del camminare, lo ha scritto un vero camminatore, Emeric Fisset, nonché fondatore di una delle più belle case editrici europee, Transboréal; è pubblicato dalla Ediciclo.
Il viaggiatore è “una forza che va“, “viaggiare a piedi significa abbandonarsi allo spazio e al tempo“. “L’uomo che cammina a lungo non programma la tappa“. Il libro è ricco di piccole perle, figlie e si intuisce chiaramente, della fatica e dell’esperienza. “Ora il pregio del viaggio a piedi sta nella sua continuità, in quel filo che si srotola con lo sforzo della volontà per unire tra loro gli uomini, gli animali, le piante e i paesaggi attraversati“. Immergersi, espandersi nei sensi come l’acqua e toccare la roccia in cima a quel monte, sfiorare le cortecce di larice e di betulla del bosco in quella vallata, rivedere il vecchio cartello della forestale contorto e piegato dalle tormente sotto il rifugio, attraversare il mondo significa decifrarlo, farlo nostro, ridisegnarlo con la mente e farlo diventare “un legame vissuto“, come scrive lo stesso Fisset. Eppure spesso, quando leggo questo come altri libri del genere, mi nasce un sospetto, una piccola ombra portatile che tengo in un taschino, ogni tanto la spolvero e cerco di capire se sia vera o soltanto un punto interrogativo destinato a non avere soluzione. Ad esempio questa asserzione: “L’uomo che viaggia a piedi nella natura incontaminata non è mai solo con (la sua) solitudine“. Se lo trovo vero per certi versi, d’altro canto il creato è troppo grande per poterlo ascoltare con un ego eccessivamente accesso, credo anche in un viaggiatore possa sorgere un senso di solitudine, una qualche deformante necessità di quella o di un’altra persona, di un luogo, della famiglia che è rimasta a casa, di un fratello o della voce che ti rimbrotta del padre.
Perchè, mi chiedo, questo bisogno di fare un assoluto della propria esperienza, come se nella vita non fosse possibile fare altro. Un po’ come quel senso di compiaciuto snobismo che talvolta si percepisce in un vegano, in un vegetariano che si sente quasi di una specie nuova, che un poco disprezza gli esseri umani che sono rimasti vincolati alla carne, “i mangiatori di morti”. Senza esagerare ma talvolta rintraccio questo ingrediente, che mi pare figlio del movimento che un intellettuale compie quando si cala nella natura e manifesta tutta la propria “stupefazione”. Resta come una traccia, uno sguardo obliquo, verticale, che si manifesta in una sensibilità che tende non al piccolo ma al grande, al fuori dal comune, lasciandomi l’impressione di essere di fronte ad un teatro della mente più che ad una registrazione diaristica e intima del mondo a piedi, a mani, a occhi. Eppure quanta beata verità in quanto scrive Fisset, al termine: “Che né la gloria, né la ricerca di un’impresa eccezionale, né la rabbia ti animano, ma solo il desiderio di viaggiare“.



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