Ne-an

Ne-an, Eremo delle radici – Logo realizzato da Kanji Hanko (Hiroshima).

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La mente unica e le menti tutte sono legna e pietra – Bodhidharma

Con calma leggo la vera parola senza lettere – Zenkei Shibayama

Come può la dura roccia della montagna inseguire il vento? – Eihei Dogen

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UN MINUSCOLO EREMO AI PIEDI DEI MONTI

In giapponese i termini legno, bosco e foresta si possono tradurre con l’ideogramma mori (森), oppure shinrin (come la pratica del shinrin-yoku o bagno di foresta) e ki; la parola radice si dice ne (根), seme si dice shido, corteccia hoeru. La tradizione del buddismo zen è intimamente connessa ai riti e ai tempi della natura, non dimentichiamo che il paese ancora oggi è per la maggior parte un vasto bosco in cammino.

Coltivare pratiche di meditazione, di “dialogo” coi boschi e elementi naturali è abituale, anzitutto nei templi e negli eremi che hanno “trovato mondo” fra le montagne e le campagne, secondo quella tradizione medioevale – rafforzatasi nel corso del XIII e XIV secolo – dei templi detti rinka, che tradotto significa “fuori dal bosco”, intendendo per bosco la rete dei più rinomati templi e complessi religiosi presenti nelle capitali del tempo, Kyoto e Kamakura. Nei piccoli eremi o in templi agresti si coltivavano silenzio, rigore e ammirazione per la natura, oltre a duri lavori di campagna per mantenere una minima economia di sussistenza. I monaci e gli eremiti praticavano forme di ascesi nei boschi e in montagna, una via spesso indicata come shugyō-an (shugyō, pratica e an, eremo, 庵), da cui deriva il nome del piccolo spazio migrante di Fratus, Ne-an (根, ne, radice, e 庵, an, eremo). Ovviamente forme analoghe di persistenza silvatica hanno illuminato anche il cristianesimo, con esperienze che hanno riguardato la fondazione dell’ordine camaldolese, i primi francescani, la riforma dei frati cappuccini o singoli esempi dei nostri tempi, come è stato per la cara Adriana Zarri.

Tiziano Fratus ama sedersi e ascoltare la natura. Spesso il suo eremo tascabile è un bosco, è un fiume che scorre, è una cascata, ma talvolta è anche un luogo protetto, una stanza con vista sui boschi e sui prati, accanto ad un Budda legnoso, un tronco di sequoia che gli è stato donato dalle Giardinerie comunali di Merano, albero monumentale abbattuto nel 2015, dopo circa 140-150 anni di vita (era stato messo a dimora nel 1890). In questo minuscolo eremo delle radici egli medita e studia la voce dei Patriarchi.

Fra i molti maestri zen vi sono svariati esempi di monaci che ad un certo punto si sono “inforestati”, chi per qualche stagione, chi per lungo tempo. Muso Soseki, Yotaku Bankei, Egen Kanzan, Bassui Tokusho, Tosui Unkei, Jakushitsu Genko, Sodo Yokoyama o il coreano Bopjong sono alcuni dei nomi che si potrebbero citare. Per costoro praticare lo zen non significava necessariamente appartenere ad una comunità e vivere in un tempio o in un monastero. Altri invece hanno scelto di mettere alla prova il proprio zen mendicando o offrendo te sulle strade, come hanno fatto Daito Kokushi e Baisao.

La meditazione di per se non è zen.
Zen è meditare, ma anche pensare,
mangiare, bere, sedere, stare in piedi,
cagare, pisciare – tutto questo non è
altro che zen… zazen è zen da seduti.
Ma questo non è “lo” zen.

Soen Nakagawa (1907-1984)

Una delle esperienze umane che più nutre il percorso di Tiziano Fratus è quella del monaco rinzai Nyogen Senzaki (1876-1958), pioniere dello zen negli Stati Uniti, autore di uno dei testi più noti e diffusi in Occidente, Zen Flesh, Zen Bones (pubblicato nel 1957 ed in Italia edito in due distinti volumi da Adelphi, 101 storie zen e La porta senza porta).

Poesia su foglia di Nyogen Senzaki, collezione Ucla.

Senzaki nasce in Kamchatka e viene salvato appena neonato da un pescatore di passaggio, quindi viene portato in Giappone, educato dal nonno prima in un tempio del Buddismo della Terra Pura, quindi nel locale tempio di scuola soto zen. Nel 1896 lascia casa e va a Kamakura per entrare nel tempio rinzai di cui è diventato abate Soyen Shaku, il primo maestro zen ad aver messo piede su suolo americano nel 1893; nel 1905 accompagna Shaku in California, dove resta e su consiglio del maestro, attende diciassette anni prima di proferire la parola “buddismo”: soltanto dopo aver appreso lo stile di vita e la psicologia americana egli si sente pronto ad insegnare quel che ha appreso. Senzaki fa i più disparati e umili lavori e nel 1922 fonda a San Francisco la sua piccola sala di meditazione, che chiama floating zendo, lo zendo fluttuante; nel 1931 si sposta a Los Angeles. Insegna sia ai giapponesi sia agli americani, zazen e letture di testi, spingendo i partecipanti ad applicare quel che si vive meditando anche in ogni altra situazione della vita ordinaria. Non si rade i capelli ed evita gli abiti tradizionali che secondo lui fanno dello zen in Occidente un teatrino folcloristico; conduce un’esistenza semplice e modesta e, a parte amicizie con altri studiosi quali Daisetsu Teitaro Suzuki, col quale era stato fraterno compagno di meditazione a Kamakura, resta in disparte rispetto al clero zen del proprio paese. Di se stesso Senzaki ha detto: sono «un fungo, senza vere radici profonde, senza rami, senza fiori e probabilmente nemmeno semi»; sono «una nuvola solitaria che fluttua liberamente in un cielo blu.» Senzaki è stato anche un valido poeta:

Quando mi inchino all’altare,
offro un mazzo di narcisi a Budda
la fragranza dei fiori riempie
le maniche della mia veste.

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Un bosco riflesso nell’acqua: quale la reale consistenza di un piccolo mondo di silenzi e parole?
A contatto con la storia senza storia degli alberi.
Meditando accanto ad un Budda legnoso…
Meditazione acquatica: lasciare, lasciare, lasciare.
Ieri è passato, domani è mistero, oggi è un dono.
In ascolto di un mutamento minerale.
Lo zen è acqua fresca di sorgente.
Thich Nhat Hanh: La via, l’insegnamento è una specie di pioggia che penetra non soltanto attraverso le parole, ma anche attraverso ciò che vedete, ascoltate e toccate intorno a voi.
Confucio: Il saggio applica le sue forze alle radici, consolidate le radici, si sviluppa la via.

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Composta di terra e alberi e acqua, la natura non sa mentire.
Ci dimostra la verità universale di mietere quel che si semina.

Bopjong (1932-2010)

Accade, di tanto in tanto, che Fratus venga gentilmente invitato da festival e istituzioni a tenere meditazioni in selva o letture di poesie, incontri dedicati a natura, alberi, boschi, letteratura e laboratori di scrittura che ama chiamare “seminari di boschese.” «Il primo legno da sbozzare e levigare siamo noi; è il nostro punto di vista, è il nostro ego ingrossato e vessato da continue richieste, desideri, ambizioni e fantasie. Esiste una radice primordiale che unisce tutte le forme di esistenza, tutti i viventi, conduce ai Patriarchi e ai Budda del mondo. Abbandonandoci in noi, limando quel nucleo d’acciaio che chiamiamo io e riducendoci alla radice delle radici, possiamo unirci a loro, entrare in quel tempo senza tempo e in quel mondo senza mondo che è il presente, laddove si annulla ogni difformità, si spengono i dolori, di dismettono gli attaccamenti, i desideri, le paure, e si guadagna una piena e profonda libertà. Coltivare una profonda spiritualità è anzitutto un atto, una scelta di libertà.» Ovviamente si tratta di belle parole: ogni giorno si pratica la propria inadeguatezza, si mette a dura prova la propria fede; si vacilla, talora cadendo, sbriciolandosi, talora riuscendovi.

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Mettendo radici,
il seme del cuore
germoglia e fiorisce,
e maturano
i suoi frutti.

Saigyō (1118-1190)

Le acque nella gola precipitano nel mondo degli umani,
le nuvole lungo i pendii scoscesi saltano di montagna in montagna.
Ascolta per un attimo gli uccelli nascosti che cinguettano,
pensa che stanno celebrando l’indolenza di un monaco agreste.

Jakushitsu Genko (1290-1367)