Ne-an

La mente unica e le menti tutte sono legna e pietra – Bodhidharma

Con calma leggo la vera parola senza lettere – Zenkei Shibayama

Come può la dura roccia della montagna inseguire il vento? – Eihei Dogen

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UN MINUSCOLO EREMO AI PIEDI DEI MONTI

In giapponese i termini legno, bosco e foresta si possono tradurre con l’ideogramma mori (森), oppure shinrin (come la pratica del shinrin-yoku o bagno di foresta) e ki; la parola radice si dice ne (根), seme si dice shido, corteccia hoeru. La tradizione del buddismo zen è intimamente connessa ai riti e ai tempi della natura, non dimentichiamo che il paese ancora oggi è per la maggior parte un vasto bosco in cammino.

Coltivare pratiche di meditazione, di dialogo fra i boschi e gli elementi naturali è per così dire abituale, anzitutto per i templi e gli eremi che hanno “trovato mondo” fra le montagne e nelle campagne, secondo quella tradizione medioevale (rafforzatasi nel corso del XIII e XIV secolo) dei templi rinka, che tradotto significa “fuori dal bosco”, intendendo per bosco i più rinomati templi e complessi templari delle capitali del tempo, presenti a Kyoto e Kamakura. Nei piccoli eremi o in templi agresti si coltivavano silenzio, rigore e ammirazione per la natura.

Tiziano Fratus ama sedersi e ascoltare la natura, in genere il suo eremo tascabile è un bosco, è un fiume che scorre, è una cascata. Ma talvolta è anche un luogo fisico, una stanza con vista sui boschi e sui prati, accanto ad un Budda legnoso, un tronco di sequoia che gli è stato donato dalle Giardinerie comunali di Merano, albero monumentale abbattuto nel 2015, dopo circa 140-150 anni di vita (era stato messo a dimora nel 1890). In questo minuscolo eremo delle radici, o Ne-an, egli medita e studia la voce dei Patriarchi.

A contatto con la storia senza storia degli alberi.
Meditando accanto ad un Budda legnoso…
Ieri è passato, domani è mistero, oggi è un dono.
Lo zen è fresca acqua di sorgente.

Scrive Tiziano Fratus: «Il primo legno da sbozzare e levigare siamo noi; è il nostro punto di vista, è il nostro ego ingrossato e vessato da continue richieste, desideri, ambizioni e fantasie. Esiste una radice primordiale che unisce tutte le forme di esistenza, tutti i viventi, conduce ai Patriarchi e ai Budda del mondo. Abbandonandoci in noi, limando quel nucleo d’acciaio che chiamiamo io e riducendoci alla radice delle radici, possiamo unirci a loro, entrare in quel tempo senza tempo e in quel mondo senza mondo che è il presente, laddove si annulla ogni difformità, si spengono i dolori, di dismettono gli attaccamenti, i desideri, le paure, e si guadagna una piena e profonda libertà. Coltivare una profonda spiritualità è anzitutto un atto, una scelta di libertà.»

Mettendo radici,
il seme del cuore
germoglia e fiorisce,
e maturano
i suoi frutti.

Saigyō (1118-1190)

Le acque nella gola precipitano nel mondo degli umani,
le nuvole lungo i pendii scoscesi saltano di montagna in montagna.
Ascolta per un attimo gli uccelli nascosti che cinguettano,
pensa che stanno celebrando l’indolenza di un monaco agreste.

Jakushitsu Genko (1290-1367)