Il pensiero e la poesia di Eihei Dogen Zenji

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UN MAESTRO, UN FILOSOFO, UN POETA
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Eihei Dogen (1200-1253) è stato contemporaneo di San Francesco d’Assisi (1181-1226) e di poco anteriore a Dante Alighieri (1265-1321).
Persi i genitori in età infantile entra in un tempio buddista sul Monte Hiei all’età di dodici anni. Nel 1221 intraprende un viaggio in Cina alla scoperta delle radici del buddismo chan, da cui derivava lo zen. Qui fa incontri fondamentali per la sua visione e la pratica, tesori che svilupperà una volta rientrato in Giappone nel 1227 (o 1228). Recupera strutture andate in disuso e apre i monasteri anche alle donne, rinnova la pratica, ma le sue idee fanno discutere e lo portano a spostarsi nel 1243 a Echizen, distante una cinquantina di chilometri dalla natia Kyoto, là dove aveva fra l’altro vissuto per un anno Shikibu Murasaki, l’autrice del Genji Monogatari. Qui Dogen insegna in due templi, finché, un anno più tardi, si trasferisce presso l’eremo di Daibutsu-ji, in seguito rinominato Eihei-ji: nasce così la nuova scuola, la Soto Zen, che si basa sul culto del sutra del loto, sull’idea che pratica ed illuminazione sono la stessa cosa, sulla pratica dello Zazen (meditazione seduta) non competitiva (ovvero non si medita con lo scopo di raggiungere un traguardo, di diventare Buddha).
Dogen non segue l’usanza in voga ai suoi giorni di considerare la comunicazione verbale pleonastica, ininfluente e inopportuna. Al contrario, secondo lui, i “patriarchi” praticano ogni aspetto della vita quotidiana in cerca di rivelazione: la natura che li circonda e li ospita quando le loro azioni, la meditazione e dunque anche le parole, appartengono alla Via. In questo modo Dogen lascia una costellazione di scritti, di cui l’opera più rilevante è il mastodontico Shobogenzo, considerato una delle più importante opere filosofiche del Giappone medioevale. In Italia è stato tradotto in vari modi fra i quali L’occhio e il tesoro della vera legge, Tesoro dell’occhio del vero Dharma o Tesoro dell’Occhio della vera legge. Dogen lo compose fra il 1231 ed il 1253.
Come è tradizione per la maggior parte dei testi antichi cinesi e giapponesi ne esistono diverse compilazioni, ma la più completa è costituita di 95 capitoli. In Italia è disponibile una prima traduzione dall’inglese ad opera del monaco Sergio Oriani (Editrice Pisani – qui un’intervista a cura di Dario Voltolini), mentre alcune sezioni sono state ben tradotte dal giapponese dal professore Aldo Tollini dell’Università di Venezia e pubblicate da Astrolabio Ubaldini (Pratica e illuminazione nello Shobogenzo ed Buddha e natura di Buddha nello Shōbōgenzō).
In inglese sono disponibili alcune edizioni integrali fra le quali la traduzione del reverendo Hubert Nearman, pubblicata dalle edizioni del tempio del Monte Shasta, in California:
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Più difficile raggiungere le poesie che Dogen ha scritto, in Italia ne manca una scelta articolata. Così ne ho selezionate alcune da pubblicazioni apparse negli Stati Uniti d’America, dove il suo pensiero, la pratica meditativa e la sua figura sono molto diffusi. Si tratta di traduzioni (o “restituzioni”) realizzate partendo dalle traduzioni in anglo-americano dal prezioso quanto fondamentale volume The Zen Poetry of Dogen: Verses from the Mountain of Eternal Peace, a cura dello studioso Steven Heine (Tuttle Publishing); Venire e andare l’ho rintracciata sul sito Poetry Chaikhana ed è tradotta da The soul is here for its own joy: Sacred Poems from many cultures, a cura del poeta naturalista del Minnesota Robert Bly (Ecco Publishing). Buona lettura e buone meditazioni.
News – Il saggio e le traduzioni seguenti sono state pubblicate con titolo Natura, poesia e meditazione nel numero speciale 518-519 (Con gli occhi dei poeti, giugno 2018) della storica rivista Testimonianze, fondata 60 anni fa da Ernesto Balducci e attualmente diretto da Severino Saccardi.
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[Ultimo aggiornamento: lunedì 12 marzo 2018]
© Tiziano Fratus
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POESIE SCELTE
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°Venire e andare°
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L’uccello della migrazione
non lascia tracce
e non ha bisogno di guida.
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°Il suono della piogga che cade°
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Poiché la mente è libera –
ascoltando la pioggia
che cade dalla grondaia
le gocce divengono
tutt’uno con me.
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°A proposito del Sermone degli esseri insenzienti
che può essere accolto soltanto dagli esseri insenzienti°
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Soltanto gli esseri insenzienti possono ascoltare
il Sermone degli esseri insenzienti [*];
muri e palizzate non possono istruire l’erba
e gli alberi a compiere la primavera.
Rivelano la dimensione spirituale senza intenzione,
semplicemente essendo quel che essi sono.
Così avviene anche per le montagne,
i fiumi, il sole, la luna, e le stelle.
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°Il volto autentico°
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In primavera i ciliegi fioriscono,
in estate il cuculo,
in autunno la luna ed in
inverno la neve, nitida, glaciale.
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°Zazen°
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La luna si riflette
in una mente limpida
come acqua immobile:
persino le onde, fràngendosi,
ne rispecchiano la luce.
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°Impermanenza°
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A cosa dovrei
paragonare il mondo?
Al lucore della luna, riflesso
nelle gocce di rugiada,
scosse dal becco di una gru.
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°Nessuna dipendenza da parole e lettere°
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Non limitato [**]
dal linguaggio,
esso viene enunciato incessantemente:
così, anche, la via delle lettere
lo può esporre ma non esaurirlo.
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°La luna del raccolto°
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La montagna è ricoperta di alberi spogli,
nitida in questa notte d’autunno;
la luna piena galleggia con grazia sopra i tetti,
senza dipendere da nulla o appoggiarsi ad alcun sostegno;
libera, come vapore che si risolleva da una ciotola di riso,
semplice, quanto un pesce che nuota e sguazza,
nuvole fluttuanti, o acque correnti.
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°Nel flusso°
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Nel flusso,
il passato scorre
nel mondo polveroso,
la mia forma effimera
non raccoglie riflesso.
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°La persona reale si manifesta in ogni parte del mondo°
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La persona reale non è
nessuno in particolare;
ma, come il colore blu profondo
del cielo sconfinante,
è qualcuno, è ciascuno, nel mondo.
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°Devozione°
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Un airone bianco
si nasconde
nel campo innevato,
dove persino l’erba invernale
non può essere vista.
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°Meravigliosa mente-nirvana°
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Poiché i fiori che sbocciano
nella nostra casa natìa
sono perenni,
e sebbene le primavere possano venire e andare
il loro colore non si dissipa.
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°Accompagnando il ritratto di un maestro dipinto
al tempio di Koshoji nei tardi anni Trenta°
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Se voi trasformate questo mio ritratto in realtà,
dunque, che cosa sono io?
E perché affiggerlo là,
se non per anticipare come sono fatto alla gente?
Guardando il ritratto,
potreste dire che colui che è appeso
sia veramente io?
In quel caso il vostro pensiero
non sarà tutt’uno col muro
[come avvenne a Bodhidharma nella caverna][***]
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DA °VERSI DAL RITIRO IN MONTAGNA°
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°Un monaco zen cercava un verso°
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La mente, essa stessa, è Buddha – difficile da praticare, ma facile da spiegare.
Nessuna mente, nessun Buddha – difficile da spiegare, ma facile da praticare.
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°Un altro verso sul ciclo quotidiano, dalle otto di sera, tempo per zazen°
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Non ha forse il cane la natura del cane?
Dopo tutto, un gambero non è nient’altro che un gambero;
l’uomo che proviene dall’impero T’ang camminando
a piedi nudi impara a camminare nello stile dei T’ang,
pagando pegno con una zanna di elefante trasportata dalla Persia [****].
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°Uno di quindici versi a proposito del ritiro montano di Dogen°
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Gioioso in questo ritiro montano ma ancora melanconico,
studio ogni giorno il Sutra del Loto,
pratico zazen in modo determinato;
cosa l’amore e l’odio contano
quando sono qui, solo,
in ascolto del suono delle piogge,
sul tardi, in questo pomeriggio d’autunno.
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°Un altro verso da Fukakusa°
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Il vento gelido soffia trasportando l’autunno;
il clima è fresco mentre è tempo di raccolto,
così ricco di fragranze magnifiche,
in movimento attraverso il cielo di stagione
mentre rimango nel mio ritiro montano.
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°Di una notte nevosa in primavera°
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Sebbene non possa aiutare ma essere turbato
dai boccioli di pesco e pruno ricoperti di neve e gelo,
posso ammirare come i pini e il bambù
guardino il passaggio surreale del tempo privo di rimpianti;
tu puoi non essere capace di coglierlo
dai miei vecchi capelli e dalla mia pelle,
ma sono imperturbato,
avendo rinunciato a fama e fortuna per così tanti anni.
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°In ascolto di un temporale di primavera a Kamakura, terzo mese, 1248°
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Per il tempo di sei mesi ho ritirato riso a casa di un laico [****i],
sentendomi come un fiore di un vecchio pruno coperto di neve e gelo.
Entusiasta ho sentito il primo fragore del tuono che rimbomba nel cielo –
i cinque petali rossi di un fiore di pesco saranno presto scintillanti nella capitale.
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DA °POESIE SPONTANEE DELL’EREMO°
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La mente non ha sostanza°]
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La mente non ha sostanza
che può essere vista;
l’unico vincolo
del corpo è fluire
come rugiada e gelo [****ii]
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Tutta la notte scorsa°]
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Tutta la notte scorsa
e questa mattina, ancora,
la neve cadeva nelle più remote montagne;
ah, vedere le foglie d’autunno
sparpagliarsi nella mia casa.
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L’alloggio di una gazza°]
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L’alloggio [****iii] di una gazza:
il nido nella sua testa,
mentre una ragnatela
come granchi minuti
ne ricopre le sopracciglia.
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I quattro cavalli della sofferenza°]
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I quattro cavalli della sofferenza,
le quattro carrozze della compassione [****iiii];
come può uno
trovare la giusta Via
senza cavalcarli?
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Innalzandosi, mentre la montagna°]
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Innalzandosi, mentre la montagna,
i picchi e le vallate scuriscono –
il canto delle cicale al crepuscolo
racconta del giorno
appena eclissato.
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Lunga notte°]
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Lunga notte,
lunga come
la lunga coda del fagiano,
la luce all’alba
risveglia e risolleva.
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Contemplo la luna°]
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Contemplo la luna,
riflette la mente sgombra come un cielo
tratteggiato dalla bellezza.
Mi perdo
nell’ombra che emana.
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[°Il tempo°]
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Il tempo
nell’indolenza
semplicemente si consuma;
ricercando la Via
è già svanito.
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Note
[*] – Dogen si riferisce al Sermone degli esseri insenzienti (Mujo Seppo), 54esima parte dello Shobogenzo. Il creato si divide fra esseri senzienti, ovvero coloro che sono connessi ai propri sensi e sanno distinguere sé stessi dall’altro da sé; gli insenzienti invece sono sia le creature e le forme di esistenza che esistono in quanto sono quel che sono – il fiume, la nuvola, l’albero – sia coloro (fra gli umani) che si sono sottratti alla tirannia dei sensi, dei ricordi, delle delusioni. Dunque il Sermone è rivolto a coloro che seguono la Legge.
[**] – Il soggetto non dichiarato è il Buddhadharma, o Dharma, la Legge, la Via dei patriarchi.
[***] – La leggenda attesta che Bodhidharma (483-540), monaco indiano fondatore del buddismo chan, in Giappone zen, nonché fondatore del tempio di Shaolin, trascorse nove anni a meditare di fronte ad una roccia in una caverna. La sua determinazione era così salda da non muovere più mani e braccia, diventando una cosa sola con la roccia.
[****] – Dogen recupera un altro episodio della vita di Bodhidharma: il monaco visitò la Cina della dinastia T’ang provenendo dalla Persia e recando con sé doni preziosi.
[****i] – In ogni tempio buddista c’è il “tenzo”, colui a cui è assegnato il compito di preparare il cibo. Tale responsabilità è molto importante e prevede, ad esempio, di sapersi rifornire degli ingredienti fondamentali, talora omaggiati da benefattori privati, così come Dogen riporta a inizio di questa poesia. Uno dei suoi testi più celebri, Tenzo Kyokun (1237), è tradotto in italiano come Istruzioni a un cuoro zen (Ubaldini Editore).
[****ii] – Steven Heine spiega che in giapponese esiste l’espressione tsuyujimo, ossia “rugiada-gelo” che indica la stagione dell’autunno; Dogen suggerisce l’immaterialità di un fluire come il nascere e il compiersi di una stagione.
[****iii] – Dogen era in visita in un tempio: in una statua del Buddha una gazza ladra aveva costruito il nido e i ragni avevano filato le proprie ragnatele.
[****iiii] – Nelle sue meditazioni prima dell’illuminazione, il Buddha rifletteva sui quattro stadi fondamentali della vita di una persona: la nascita, la malattia, la vecchiaia e la morte; tutti le debbono attraversare e da queste deriva la teoria delle Quattro Nobili Verità che sono alla base del processo di meditazione e coscienza che accompagnano al risveglio (Moksa o Nirvana o Satori): la verità della sofferenza, la verità dell’origine della sofferenza, la verità della cessazione della sofferenza, la verità della via che conduce alla cessazione della sofferenza. Dogen ne scrive nella 90esima parte dello Shobogenzo dal titolo A proposito dei Quattro Cavalli (Shime).
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