UNO DEI TANTI CAPOLAVORI DEL PITTORE DELLA PENNSYLVANIA E DEL MAINE
Anni fa riuscii a procurarmi un catalogo ragionato della pittura di Andrew Wyeth (1917-2009), un pittore che avevo visto senza mai capire chi fosse. Suo ad esempio è Il mondo di Cristina ma anche tanti ritratti sensualissimi di corpi di donna che oggi decorano le copertine dei romanzi, e penso a Follia di Patrich McGrath per Adelphi. Il volume s’intitola Autobiography ed è stato pubblicato da una casa editrice ora scomparsa dal mercato editoriale, l’elegante Bulfinch Press di Chicago. Ogni quadro, ogni acquarello ed ogni schizzo riprodotto vengono commentati direttamente dal pittore, che vi lega aneddoti e ricordi, non boriose e noiosissime critiche. Uno dei miei libri preferiti, senza dubbio.
Esiste una linea rossa che unisce alcuni grandi pittori nord-americani del secondo Novecento, parte dai paesaggisti statunitensi del XIX secolo come Albert Bierstadt (che incontrai per la prima volta al Metropolitan di New York), Frederick Edwin Church, Thomas Cole, Thomas Doughty, Durand Asher Brown, Thomas Birch e molti altri, tutti coivolti in quella che venne definita la Hudson River School, ispirata ai libri di viaggio degli scienziati viaggiatori quanto ai componimenti dei poeti romantici e ai pittori europei dell’epoca. Non a caso loro contemporaneo era un certo Henry David Thoreau. E poi si insinua nelle secche del primo novecento costellato di guerre e di morti, di improvvise miserie e di ricorsa al grande sogno luccicante, ma l’America rurale, spesso contadina ma non soltanto, provinciale, resiste e viene catturata, trasformata, probabilmente arricchita e trasfigurata su tela da artisti quali Edward Hopper, Grant Wood (suo è il celeberrimo American Gothic) e infine Andrew Wyeth. Uno spirito diverso che edifica un mondo a sè, non soltanto negli Stati Uniti ma anche in altre parti del pianeta, come l’Australia che Les Murray, il bardo del Bush, identifica e descrive così dettagliatamente nelle sue Lettere dalla beozia (in Italia edite da Giano), in Italia trova riscontro negli scritti dei nostri autori più terrosi, come Dario Buzzati, Italo Calvino, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Carlo Cassola, Francesco Biamonti, Guido Ceronetti, Mario Rigoni Stern, Mauro Corona, ma anche in tanti poeti vernacolari e in coloro che hanno deciso di dare un contributo alla salvaguardia della natura e del mondo marginale, e qui penso a Fulco Pratesi, e a molte voci che la critica dominante non ha mai considerato, e a torto marcio, all’altezza dell’editoria che conta.
Nulla a che fare con le diverse forme di avanguardia che tanto sono piaciute alla classe colta europea e che hanno dominato il mercato dell’arte, “obbligando” tanti aspiranti artisti italiani a imitazioni spesso goffe e tragicomiche. E’ una delle vene che amo e che ho respirato durante i miei viaggi negli Stati Uniti e che ancora oggi mi lega a doppia radice a quella parte del globo, ma che invero pulsa dentro di me ogni giorno, nella vita da Homo Radix che conduco. E’ un rapporto stretto con gli elementi, immerso totalmente nel paesaggio. Fuori dalla finestra del mio studio là dove termina la pianura dell’alto torinese e iniziano i pendii delle Alpi Cozie, c’è un prato, al centro alcune robinie dove ogni pomeriggio si posano tre gazze ladre a cui i miei gatti fanno inutilmente la posta. Wyeth, in una sua nota a margine di un dipinto, parla di un tempo in cui alcune famiglie povere della Pennsylvania si nutrivano anche della carne delle gazze, pur di sfamarsi. Cercando in internet una qualche connessione fra il nome di questo pittore e la “magpie”, come si dice la gazza ladra in inglese, è sbucata l’immagine di un dipinto straordinario che non conoscevo. Si ititola Dryad – driade è una ninfa degli alberi, più precisamente delle querce – è una tempera completata nell’anno 2000. Vi è raffigurata una giovane donna, dai tratti latini, coi capelli neri raccolti a coda da un elastico rosso, come Dio l’ha creata, in piedi, nel tronco spaccato e corroso da carie di un grande albero, credo un “cottonwood”, un pioppo americano. Adoro questo quadro e sicuramente lo ameranno tutti i “cercatori di alberi”.


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