IL DOLORE, LA BELLEZZA E LA POESIA
Nel mondo della poesia ho ravvisato una ricerca spasmodica del dolore, ci sono davvero tanti autori che maturano il pensiero che per farsi prendere sul serio debbano manifestare una perdita evidente,
macroscopica, come a significare che se quel dolore ha macerato dentro di loro allora la parola che portano sul palmo della mano non può che essere autentica. In questo nuovo mondo parallelo che abito da alcuni anni, fatto di natura e di uomini, di eternità e di bellezza, ho appreso che al contrario di quel che certi poeti e certi scrittori e certi giornalisti pensano, il dolore è una parte dell’esistenza di qualsiasi persona. Tutti, prima di toccare e superare la soglia dei quarant’anni, si sono trovati ad affrontare dei grandi dolori, delle perdite importanti, hanno dovuto sostenere il peso di ingiustizie che ci apparivano insopportabili. A questo punto della vita appare scontato, è pura evidenza; ma per anni dividevo il mondo fra coloro che avevano un vuoto e coloro che non l’avevano ricevuto, come se lo si potesse segnare con una matita e un righello.
Talvolta i parchi romantici che decorano le ville storiche sono nate da un dolore, sono state l’antidoto per curare un buco nell’anima, qualcosa che chi si trovava a viverlo non reputasse possibile da superare. E per la legge degli opposti che spesso finiscono per toccarsi, se non c’è un dolore c’è un grande amore, un matrimonio, una promessa di felicità. E capita che le due dimensioni coincidano. Proprio come è accaduto per il Taj Mahal, il celebre edificio fatto costruire nella città di Agra, in India, nel 1632 dall’imperatore Shan Jahan, a memoria della terza moglie morta. Il grande poeta e cantore Rabindranath Tagore (1861-1941) lo descrisse magnificamente: «Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo». Molte opere poetiche sono lacrime di carta e inchiostro ferme sulla guancia del tempo.


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