
Tu lo chiami sogno, ma chissà cos’è
C’è un sogno ricorrente che si presenta nella mia coscienzadiurna. Un prato, una giornata di vento che spira da un mare che non vedo ma riconosco. Nuvole in cielo. Ci siamo io, ora, in questo eterno presente trasformante, e mio padre, uno dei padri che ricordo, la chioma nera e folta, scossa dalle folate, i baffi che porta con orgoglio, le sue spalle strette. Alto, come è lui quando io lo guardo con gli occhi del bambino e del ragazzo. Lo sguardo in radica che mi trapassa, senza dire nulla. Il mio Dio del legno. È un falegname. Spesso i falegnami hanno fisici ossuti, mani indurite. Vieni, dico, la mia mano che si apre, la sua che risponde. Insieme ci incamminiamo verso un punto lontano nel paesaggio. Arriviamo all’ingresso del bosco vecchio. Una coppia di grandi e maestosi larici vigila al margine. Ci ricordano che per entrare e godere del meraviglioso custodito lì dentro dobbiamo lasciare fuori le nostre miserie, le nostre ambizioni, i dissapori, il desiderio, il possesso e ogni altra chincaglieria umana. Solo i sensi sono concessi, l’esistente sembra comporsi nel profumo di resine e terra che macera. La monotonia del silenzio può assumere i ruggenti scossoni della bufera. Vedi, è questo che ti voglio mostrare: entriamo?
[Da “Il sole che nessuno vede. Meditare in natura e ricostruire il mondo”, Ediciclo Editore]


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