Il mondo tra i rami di una preghiera

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Tiziano Fratus
IL MONDO TRA I RAMI DI UNA PREGHIERA
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Patrimonio naturale. Dieci faggete vetuste, dalla Toscana alla Calabria, riconosciute dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Molti i testi che spiegano la simbologia degli alberi. Per gli Elleni le querce erano le «prime madri». Dopo sfruttamenti e mutilazioni di ogni tipo, ora vi è un ritorno convinto per i sentieri di boschi e foreste.
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La notizia recentissima del riconoscimento di quattro faggete italiane quali patrimonio dell’umanità, proclamato dall’Unesco ha preceduto, di una manciata di ore, l’emergenza incendi, che quest’anno si è manifestata con una violenza inedita. Ogni anno il nostro paese viene costellato di focolai ma l’intensità di quest’ultimo mese ha lasciato sbigottiti. Campania, Calabria, Sicilia, Lazio, Toscana Liguria, Puglia, il parco del Vesuvio, il parco del Pollino, le Madonie, Positano, la pineta di Castel Fusano, la provincia di Frosinone, oltre mille e cento interventi soltanto nelle ultime ventiquattro ore.

L’UNESCO ha riconosciuto molti luoghi, in giro per il pianeta, così come nel nostro Belpaese. Città, località, parchi, valli, monumenti, dall’Etna ai trulli, dalla Costiera Amalfitana all’Orto botanico di Padova al Cenacolo di Leonardo, da Venezia alla Reggia di Caserta. Ora, finalmente, tocca anche ai boschi. E così alla tutela delle norme locali, cittadine, provinciali e regionali, e alla tutela dello Stato italiano, oltre che di organizzazioni quali Fai, WWF, Lipo e altre, si aggiunge anche questo ulteriore tassello in difesa di un patrimonio naturale e culturale che rappresenta la risorsa più preziosa della nostra stessa identità individuale e sociale. Le faggete vetuste si trovano nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, nel Parco Nazionale del Gargano (la celebre Foresta Umbra) in Puglia, nel Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi in Toscana, nel Parco Nazionale del Pollino in Basilicata e Calabria, nel Parco Naturale Regionale di Bracciano e Martignano e la Riserva del Monte Cimino nel Lazio.

Curioso che i boschi vengano riconosciuti dopo le città, poiché se l’uomo è figlio di un luogo è anzitutto figlio dei boschi che lì crescevano ben prima che le comunità umane arrivassero e reinventassero il mondo, daccapo, cancellando la natura originaria per creare mura, case, palazzi, spazi di transito, piazze, vie, ponti, regimentando il mondo dove poter vivere in pace e in sicurezza. E dopo, come a ricordarsi di un’eco distante che sembrava perduto, o mantenuto il silenzio, l’uomo moderno ha ricominciato a coltivare la natura a portata di passo, dietro casa, sotto casa, disegnando giardini, costellando i viali di alberi, coltivando aiuole, fino alle più recenti ardite prove dei boschi cosiddetti «verticali», dove l’albero praticamente è in casa, anche se si abita al decimo piano.

La storia degli alberi inizia molto lontano, nello scorrere del tempo. Se il pianeta Terra pascola negli spazi del cosmo da quattro miliardi e mezzo di anni, i primi alberi sono apparsi intorno ai 359 milioni di anni orsono, al principio del Carbonifero. Una prima rivoluzione si ebbe nel Cretaceo, fra i 140 e i 70 milioni di anni fa, quando iniziarono a propagarsi le angiosperme, alberi che si riproducono attaverso l’impollinazione dei fiori: noci, castagni, tigli, salici, olmi, carpini, magnolie, aceri, querce, platani e faggi.

Le grandi glaciazioni ovviamente ne hanno decimato la presenza, fino all’epoca di dissolvimento della glaciazione di Wurms, che occupava la parte europea continentale e quindi la parte settentrionale dell’Italia. Circa dieci-dodicimila anni fa i ghiacci si ritiravano e il paesaggio che rimaneva è quello che oggi possiamo incontrare, coi rilievi montani, i laghi, i fiumi. Su questi sterminati spazi si sono andate a moltiplicare le foreste che poi l’uomo, secolo dopo secolo, invenzione dopo invenzione, è andato a mutilare, a modificare, a ridisegnare completamente.

Di quel mondo «originario» oggi resta ben poco, in Europa probabilmente nulla, o quasi. Molte foreste che oggi attraversiamo con la convinzione che si tratti di vera natura, di natura naturale, invece è una riscrizione, una natura voluta, implementata, seminata e coltivata, da mano e mente umana. Anche sulle nostre alpi, anche nel miracoloso Casentino, e probabilmente anche nel cuore della Sardegna. Ecco perché è così importante tentare di salvaguardare quel che resta dei polmoni tropicali del pianeta, come l’Amazzonia e il Borneo. Gli alberi sono in pericolo? Eppure sul pianeta è stimata la presenza di oltre tre trilioni di alberi.

L’uomo spunta nel cuore delle foreste, è grazie a loro che trova riparo, che si veste, che impara a nutrirsi, che costruisce case, strumenti per migliorare la propria esistenza, e anche le armi, che così spesso ha bisogno di brandire, nella sua storia.
Quando la tecnica lo consentirà l’uomo inizierà ad allontanarsi dalla foresta e a cancellarla per costruire villaggi, paesi, innalzare mura, portali, tetti, strade. Le città sono una negazione della natura, sono un luogo sicuro dove poter salvarsi dal pericolo delle malattie, dai capricci del clima, dal veleno e dai denti degli altri esseri viventi che coabitano il pianeta. Eppure le prime chiese sono boschi, fra i primi Dei ci sono grandi alberi.

L’albero è un simbolo totemico che rientra nell’alveo spirituale di qualsiasi civiltà e tradizione, dal buddismo al cristianesimo, dall’ebraismo allo scintoismo, dal buddismo all’induismo, per non parlare delle religioni aborigene, quali le nazioni indiane del Nord America, le tribù delle foreste tropicali ancora recentemente visitate da Sebastiaõ Salgado nel suo viaggio alle radici del mondo, Genesis.
Fra i testi basilari per la comprensione della simbologia legata agli alberi si vadano a navigare, ad esempio, Simbologia della scienza sacra di René Guénon e Mitologia degli alberi di Jacques Brosse, il quale ricorda che uno degli autori dell’Antologia palatina, Stratone di Sardi, scrive in un epigramma che gli antichi Elleni chiamavano le querce le «prime madri».

Ma perché gli alberi e la natura e i boschi sono così ricorrenti nelle credenze, nelle leggende e nelle superstizioni delle genti umane? Nel corso di questi anni di meditazione e studio credo di aver individuato una risposta. Le foreste e i boschi sono sempre state quelle chiese che un tempo erano state, prima dell’invenzione delle tecnologie che ci hanno reso quel che siamo diventati. Per questo i santi e gli eremiti, segnando la distanza coi propri simili, andavano nei boschi, inselvatichivano, s’imboschivano, ed è d’altronde sotto un albero che il Buddha storico si è quadagnato il «risveglio».

Dopo secoli di sfruttamento, obbligati dal terrore della miseria, oggi gli umani pellegrinano nei ventri dei boschi e delle foreste, penetriamo in ascolto, in cammino, in contemplazione, vi ci raccogliamo per ritrovare noi stessi nei momenti più difficili della vita qua fuori; è in natura che molti uomini e molte donne cercano riparo, ristoro, cercano meraviglia e bellezza, speranza, per dimenticare fallimenti, tradimenti, sconfitte, dolori. Noi torniamo nei boschi perché è qui che riusciamo a pregare senza usare nessuna parola.

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Dalle pagine culturali de Il Manifesto di domenica 23 luglio 2017.
>>> https://ilmanifesto.it/il-mondo-tra-i-rami-di-una-preghiera-terrestre/

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