TRADUZIONE DI CLASSICI CINESI E ASIATICI
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Esiste una ricca tradizione nel solco del buddismo ch’an cinese e poi zen giapponese di poeti che sono stati monaci e/o eremiti, o meglio di monaci che si sono fatti talora eremiti, passando periodi più o meno lunghi di isolamento e meditazione solitaria sui picchi e nelle foreste interne della Cina, del Giappone, della Corea e di altri paesi asiatici. Oltre mille anni di esperienza e scrittura che accolmulato quasi un vero e proprio genere letterario a sé. Nessuno di questi poeti ha probabilmente composto poesie con l’ambizione di essere considerato un poeta, un poeta di spicco del proprio tempo; si tratta anzitutto di poesie scritte come ricerca di senso, come approfondimento della propria scelta di vita. Alcune sono state poi pubblicate, magari per la richiesta di piccoli editori o di gruppi di allievi che hanno riconosciuto in questi monaci eremiti un maestro, un punto di riferimento, ma molte altre sono andate perdute, come è naturale nella stessa visione di molti di questi monaci. In particolare, in epoca Tang (dall’ottavo al decimo secolo d.C.) si è andata irrobustendo una tradizione seguita che è stata in seguito definiti shih-shu, ovvero poesia roccia e corteccia, eseguita dagli eremiti su supporti spontanei e naturali, e che ha visto poesie – ovviamente composte in ideogrammi – tracciate su pareti di roccia, nelle cortecce degli alberi, su pezzi di bamboo e altri materiali deperibili. Una piccola parte di questa poesia è stata raccolta ed è scampata all’oblio. Studiosi americani ne hanno attraversato l’eredità traducendoli per la prima volta in una lingua occidentale, come è il caso di importanti antologie quali The Clouds should know me by now, a cura di Red Pine e Mike O’Connor, il collettivo Zen Sourcebooks, Zen Poems of China and Japan a cura di Lucien Struk e Takashi Ikemoto, Zen Roots a cura di Red Pine e molte altre. Tra questi eremiti alcuni casi sono diventati emblematici, quali anzitutto Han Shan (Montagna Fredda) vissuto in epoca Tang tra le montagne Tien Tai, laddove si recherà alcuni secoli più tardi, per approfondire il proprio buddismo, un giovane monaco giapponese, Eihei Dogen (1200-1253), il quale tornato in madrepatria darà vita ad un nuovo monastero e sarà tra i primi seminatori di quel che oggi chiamiamo zen. La poesia di Han Shan è stata ripetutamente tradotta, prima da Ernest Fenollosa e Ezra Pound, quindi da Gary Snyder, dunque da Red Pine, J.P Seaton, Burton Watson e in Italia da Anna Bujatti, senza dimeticare il romanzo di Jack Kerouac I vagabondi del Dharma (1958), nel quale brilla la ricerca tra i giovani beat della verità espressa nei poemi di Han Shan. Un’altra figura oramai consegnata agli annali è quella di Shih Wu (Casa di pietra, 1272-1353), oramai ben tradotta e nota in Nord America grazie alle attente traduzioni di Red Pine nei volumi The Mountain Poems of Stonehouse e Poems for Zen Monks. .
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Tiziano Fratus ha accompagnato queste poesie traducendole in italiano dalle loro traduzioni in lingua inglese, anzitutto, affidandosi quindi al primo lavoro di trasposizione culturale ma anche all’intenzionale semplicità ed essenzialità degli originali, non trattandosi di poesia che mira a rivoluzionare il linguaggio, ad esprimersi in toni aulici, ma diretta ed aperta a qualsiasi eventuale lettore, colto o non istruito, laico o praticante. Tra le voci tradotte si ricordano quella di Dogen, tradotta da Fratus prima dell’uscita della recente quanto ottima antologia curata dal professor Aldo Tollini per Bompiani, quindi Shih Shu, Yotaku Bankei, Su Shi, Ikkyu Sujun, Muso Soseki, Zongfeng Mingben, Baisao, Sodo Yokoyama, Bopjong, Kakua e Xuyun (Nuvola vagante). Una selezione di queste traduzioni è pubblicata nel volume Sutra degli alberi (Piano B).
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Si offrono ai lettori diversi sentieri, non resta che augurarvi buon cammino.
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Sentiero WU WEI
Sentiero SOSEKI
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