Le sequoie di Kerouac a Big Sur

Estratto da Giona delle sequoie

Prima dei viaggi in nord America conoscevo le sequoie per le foto, i documentari del National Geographic, i cartoni della Walt Disney e il canto di Walt Whitman. Ma un giorno di sole, in aprile, sono approdato in quel paradiso terrestre e marino che è Big Sur. Su quel punto della costa californiana, lungo la Highway 1 che conduce da Santa Monica, a nord di Los Angeles, alla penisola e alla baia di Monterey e su fino San Francisco, imboccai il sentiero per il parco statale Pfeiffer: al di là dell’iperbole e delle esagerazioni che ogni essere umano tende ad attribuire a tutto ciò che gli o le cambia la vita, posso affermare che lì, ai piedi di quei tronchi monumentali sono rinato. Una nuova forma di esistenza. Una pagina che ho scovato sul diario pasticciatissimo che scrissi durante quel viaggio lo testimonia, orario e scritta, tutta in maiuscolo:

H. 10.35 RINASCO

Un muro d’ombra e materia scura pulsa tagliando il mondo in due. Sono le proporzioni che ti rendono non credibile, difficilmente credibile, l’esistenza improvvisa di questi Mammut vegetali (in tedesco li chiamano ancora Mammuthbäume). Giona si avvicina, la corteccia scura come la notte, un sangue rappreso di cuore, arterioso, e poi le altezze… senza confine. Gli occhi non ci arrivano, in cima. E’ sconfortato da tanto gigantismo, dal silenzio millenario costruito particella su particella, centimetro dopo centimetro. Tronchi di nove-dieci metri di circonferenza che corrono su senza suggerire minimamente alcuna “ridimensione”. Girovagando nello stralunamento più completo sono arrivato alla base di un albero circondato da una staccionata, l’unico del parco, noto come Colonial Tree, una Sequoia sempervirens di 27 piedi (820 cm) di circonferenza, età stimata 1100-1200 anni. Un fulmine lo ha colpito e quindi non cresce alto come altri esemplari che a Big Sur superano i sessanta metri di altezza.

A Big Sur ci si viene, da europei, grazie ai due romanzi che vi sono stati scritti, uno da Jack Kerouac e l’altro da Henry Miller, che qui hanno vissuto e rivitalizzato la propria esistenza. In Italia ce lo si augura, tutt’oggi, di poter scovare un posto del genere, se volete “hippy”, considerando quello che questo termine di cinque lettere ha significato nel solco della cultura e della società statunitense. Big Sur è una cittadina costiera rimasta la stessa per oltre mezzo secolo, si entra nel cuore selvaggio degli States, in questo parco con tanto di capanna dello zio Tom, gadget alla Yellowstone. In una negozietto Giona compra un orologio da tasca, con la camicia in ferro e la costa di Big Sur incisa. E pochi giorni fa, mentre scrivevo il resoconto di uno dei viaggi fatti alla ricerca delle sequoie d’Italia, mi sono accorto di averlo, l’orologio, sulla scrivania, dopo mesi e mesi di coltivazione della polvere. L’ho aperto. Il quadrante bianco, rotondo, i numeri romani, e l’ora esatta, le sei e un quarto. Funziona davvero. Non ci avrei mai scommesso… d’altro canto costava poco. Per comprarlo quel Giona là ha speso una delle ultime banconote che erano rimaste dopo un mese di viaggio costa a costa – coast to coast – affondando i denti e i sensi nel grande paese nord americano. Ora è qui, in questo villaggio costruito sopra il letto di un torrente che scende dalle Prealpi, e vi rivedo lo scorcio di costa riprodotta fra scritte in maiuscolo, BIG SUR e CALIFORNIA; lo vedo colorarsi, lo vedo riempirsi di vento, e fischiare, i gabbiani che circuitano sopra le acque che in primavera ospitano le balena, le balene che non ho mai amato, che Giona non ha mai amato, e poi plano sopra la foresta di sequoie, i Redwoods. Il nome di questi alberi è un tributo ad un indiano di nome Sequoyah, con l’h che si è smarrita lungo il sentiero che si snoda fra l’ossigeno del respiro e l’inchiostro sulla carta, la i che ha perso le ramificazioni e le radici, un uomo che ha cucito insieme l’alfabeto poi usato dai membri della tribù dei Cherokee.

In un libro sulla storia naturale di Big Sur che ho comprato in un altro piccolo negozio del centro, ritrovo una cartolina di legno, “Aromatic Cedar Postcard” e di fatti poggio il naso e sento un intenso odore di cedro. Non è soltanto un cimelio, è un cartolina che può essere normalmente affrancata e spedita. Cosa non s’inventano gli americani…

Ritrovo il Big Sur di Kerouac in lingua originale che ho comprato al Big Sur Lodge, un negozietto, pagandolo dollari americani quindici. Un Penguin tascabile. Apro e salta fuori una cartolina che non ricordavo di aver comprato, dedicato ai Giant Redwoods. Kerouac cita le sequoie in moltissimi suoi lavori: ad esempio Big Sur («mostruose radici di sequoia che affondano in tutto il creato»), Un mondo battuto dal vento / Windblown World («Alte e maestose sequoie vestite di neve, gocciolano, piegate in avanti, fisse, serrate, sottili, potate, un’orchestra nelle neve»), L’ultimo vagabondo americano / Lonesome Traveler («per poi proseguire verso Lomita Park al chilometro 19 e 4 dove ci sono i delicati alberi del pendolare e le sequoie strepitano e parlano di te»), Il libro degli Haiku / Book of Haikus («Un enorme nodo nella / Sequoia / Simile al volto di Giove»). Questo viaggio e questo libro erano proprio nel mio destino. Talvolta, i miracoli, accadono.

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