Pochi semi sparsi rappresentano il primo passo d’una foresta

ESTRATTO DALL’ULTIMO LIBRO

Primo bosco – Pochi semi sparsi rappresentano il primo passo di una foresta

Alle radici di un pensiero.
Dunque viviamo un’epoca difficile e complessa. La crisi economica, la crisi politica, la crisi dei valori, invero costante da quando l’uomo si esercita nella ginnastica della memoria. La paura provocata dalle azioni scellerate del terrorismo internazionale, e/o dalla follia di uomini che semplicemente odiano altri uomini. Eppure, in questa parte di mondo che e l’Italia e l’Europa, abbiamo una fortuna che in precedenza non c’era mai stata: la liberta di programmare il nostro movimento e le nostre scelte. Se lo desideriamo possiamo allungarci fino alla città di Padova e ammirare l’inferno come immaginato da Giotto, alla Cappella degli Scrovegni. Se lo desideriamo possiamo imboccare i tunnel che bucano le Alpi, arrivare a Colmar e stupirci delle forme innaturali del Cristo crocefisso della macchina d’altare di Isenheim, dipinto cinquecento anni fa da Matthias Grunewald, al museo-convento di Unterlinden (sotto il tiglio). Se lo desideriamo possiamo ascoltare le Suites per violoncello composte da Bach ed eseguite da Mstislav Rostropovič o i movimenti del Clavicembalo ben temperato interpretati da Glenn Gould o da Svjatoslav Richter. Oppure possiamo programmare di calarci sulle montagne che confondono il confine tra Calabria e Basilicata, nel Pollino, raggiungere a duemila metri il Giardino degli Dei e perderci nelle forme spettacolari della foresta scolpita dei pini loricati. Una liberta di azione e di programmazione che non i miei genitori, e in misura crescente i miei avi, avrebbero mai potuto considerare. Oggi la liberta di movimento ci pare scontata, ma non lo è stata per tanto tempo, e di certo non lo è stata per buona parte della popolazione. È grazie a questa liberta, epocale, che ho potuto scarpinare fra gli alberi più annosi del mondo, lungo la scalinata detta “degli Antichi”, la Pathway of the Ancients: si snoda, coi suoi incerti gradini, nel mezzo del respiro lento di legni che crescono, si contorcono, muoiono da quattro e cinquemila anni. Una giornata senza nuvole, a tremila metri, sulla cima delle Montagne Bianche, fra California e Nevada. Inyo National Forest. Le parole da catturare e rimescolare su un foglio non potranno mai restituire la magia di quella catena di istanti trascorsi lassù, fra patriarchi immobili, incantati in una danza roteante. Le sfumature di colore del paesaggio e il baluginio delle nuvole velavano e poi aprivano la strada al sole. Il silenzio. Il rumore dei passi fra i sassi bianchi e i dettagli degli aghi, le pigne violacee, le cortecce gialle e grigie che richiamano alla memoria le fusioni della materia di un Alberto Burri. La opera un giacimento di materia organica fra le più antiche del pianeta. Il minuscolo “pelo della terra” che e diventato l’albero ha iniziato a spuntare dal ventre del pianeta quando si parlavano altre lingue, si adoravano altri dei, si affrontavano in battaglia gli eserciti di altre civiltà. Non gli uomini, non i confini delle nazioni, non le mura che cingevano le citta-fortezza, non gli animali sono sopravvissuti, soltanto queste immensità che sono in grado di catturare porzioni di eternità, anello dopo anello. E ora, nel flusso del tempo che si sgrana via inesorabile, un piccolo Uomo Radice li raggiunge, li ammira e li fotografa. Resta li, appeso al vento, al silenzio che non e mai veramente silenzio. Ho lavorato su queste percezioni per anni, come un artigiano, un fabbro che martella la materia fino alla forma sperata. Ho visitato tanti grandi alberi, a migliaia, decine e decine di “foreste scolpite”, incise dal mormorio lucente del fulmine. Sono arrivato a manipolare – vorrei scrivere “agguantare”, ma rischierei la presunzione – l’immagine di quel che chiamo Arborgrammaticus: il grande albero regolatore di vita e tempo, memoria e testimone ultimo della storia di quel pezzo di mondo, oramai estinta, se non inlignita, in lui. Il tempo nasce nel presente, secondo per secondo, ma ha uno sviluppo, una sintassi che soltanto la terra conserva, nelle manifestazioni geologiche, nelle profondità dei ghiacci e degli oceani, o negli alberi più antichi. La dove la “materia che pensa” è un fatto, come intuiva Giacomo Leopardi. E quel canto che gli alberi sussurrano io lo rincorro e tento di decifrare. Talvolta vi riesco, talvolta mi riconosco in quel verso della poetessa americana Marianne Moore: «Più precisa della precisione c’e soltanto l’illusione». Mi chiedo: che cos’e questo pensiero che cammina.

Da °Il bosco è un mondo°, Einaudi – Nelle librerie
www.einaudi.it/libri/libro/tiziano-fratus/il-bosco-un-mondo/978880623056

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