IL PASSERO BUDDHISTA LETTO DA GRAZIA CALANNA
Tiziano Fratus un cammino di scoperta tra meditazione e poesia
Un susseguirsi di meditazioni e di versi (“Nidi”) nella chiara consapevolezza che «ogni uomo e ogni donna proverà l’ebbrezza del mondo che si disvela ai propri sensi quanto il terrore del precipizio di una fine imminente, presunta, promessa o inattesa; passaggi obbligati, (de)formazioni previste». Parliamo di “Il passero Buddhista”, pubblicato da Ubiliber (2026), a cura di Tiziano Fratus. Un volume costellato da interrogativi («mi chiedo se si possa vivere come semplici anime buddhiste, praticanti laici della propria prossimità esistenziale, conciliando certi concetti o pratiche e la vita famelica di qua fuori…») che fungono da faro per un incessante cammino di scoperta, cosparso da stimolanti riferimenti («La natura non è un luogo da visitare. È casa nostra»). Si procede per silenzi “alternativi”, indicibili, per radici da indagare, per perlustrazioni boschive, dell’anima, dell’acqua, per benevolenza, per declinazione (del dolore, della paura, dell’assoluto, del segreto della vita), per risalite intralciate da ostacoli “puramente” mentali, per superamento (di «questo niente nostro che è un niente»).
Rifugiandosi nella scrittura quale forma di contemplazione, di ricerca, di coscienza, risalta l’idea di isolamento esistenziale (non fallimentare) quale essenza della condizione umana.
«Protagonista che questo libro – dichiara Fratus – è un individuo che perlustrando i boschi e avvicinandosi al buddismo, nell’italia dei nostri giorni, cerca di capire chi è e come tutto questo possa eventualmente aiutarlo a crescere e ad affrontare una serie di perdite e di dolori, come la morte di un padre. Attraverso l’esperienza si innescano molte domande, quali, ad esempio: la natura fino a che punto ci può nutrire, salvare, alimentare, ispirare, identificare, ospitare? Anche dal bosco prima o poi si viene espulsi, allontanati, per tornare ad essere umani tra gli umani con problemi da umani tra gli umani? La religione, la spiritualità individuale, sono strumenti utili per superare i momenti di crisi e di trasformazione che inevitabilmente arrivano, anche restando laici praticanti, con tutti i nostri limiti?».
«Credo sia sempre lo stesso: creare con le parole qualcosa che non c’era. Quanto alla successiva domanda, credo debba più che altro maturare in autenticità. Questo lo diceva bene il monaco trappista Thomas Merton, che fu anche un poeta interessante».
«Le stagioni impongono poemi della/ sottrazione a loro immagine e somiglianza,/ i vecchi alberi cavi lo sanno/ e restano lì a vigilare testimoniando in radice…».


