DA IL PASSERO BUDDHISTA
Mi sono abituato a immaginare il Buddha non tanto in forma di uomo, ma di albero. Ero in California, nella città di Santa Monica, dove accanto alla stazione ferroviaria si erge questo gigantesco ficus, il più grande del Nordamerica. Alle sue radici tabulari, come si nota, c’ero io, un ragazzo che ammirava le sue forme, la sua prepotenza, la sua baldanza arborea. Questo per me è un Buddha. Oppure mi vengono in mente certi grandi ulivi del Salento, butteratissimi, e ancora certi castagni forati disseminati sulle Alpi e sull’Appennino. Grandi vecchi accigliati, barbosi, un tantino dispotici, bisbetici forse, la loro voce cavernosa. Noi ci avviciniamo, scrutiamo, cerchiamo d’indovinare da che parte sta il viso, la faccia,
dove poterlo incontrare. Sei qui? o sei qui? Se ti parlo mi ascolti? se ti domando rispondi? Quante volte mi è successo. E quante volte la suggestione si è accesa, quante volte il mio corpo si è adagiato lì accanto, cercando di farsi per qualche istante albero a suo modo. Anche certi buddhisti in Cina si riunivano nei boschi, intorno all’anno 1000 o poco prima, per farsi albero meditando lungamente. Chiamavano la loro comunità Assemblea degli Alberi Morti.


