La Falsa Canfora monumentale di Villa Pallavicini

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Il gigante di Pegli, uno dei miei preferiti in Liguria

Clelia Durazzo nacque a Genova nel 1760 e morì a Pegli nel 1830. Figlia del naturalista Giacomo Filippo Durazzo, fondatore del museo di storia naturale del capoluogo ligure, già da ragazza era appassionata di botanica. Nel 1894 inizia a coltivare un piccolo giardino botanico, nel 1812 cura il primo catalogo di questo orto. Nel frattempo si dedica alla isistemazione dei giardini e del parco della villa di famiglia, iniziando a disseminare alberi di provenienza esotica. Il nipote di Clelia, Ippolito Pallavicini, incarica Michele Canzio, al tempo insegnate all’Accademia Ligustica di Belle Arti e scenografo al Teatro Carlo Felice, di progettare un nuovo parco, i lavori iniziano nel 1840 e si protraggono fino al ‘46. Viene così definito un parco romantico, con diversi sentieri, costruzioni fra cui un tempio neoclassico, grotte, sculture, un obelisco, chioschi e serre. Il Canzio lavorerà anche ad altri edifici storici quali Palazzo Rosso e Palazzo De Ferrari.

All’interno del parco ci sono diversi alberi notevoli, alcuni secolari. Almeno cinque false canfore (Cinnamomum glanduliferum) di interesse, di cui due monumentali. La maggiore si trova di fronte al lago vecchio, occupato dal Tempio di Diana, l’architettura più rappresentativa e la più fotografata.

La più stupefacente falsa canfora della Liguria se ne sta qui, attrae la luce del sole e calamita gli sguardi assetati di bellezza. Alla base un esteso apparato radicale suggerisce l’idea del movimento, il tronco si gonfia, si rimpettisce fino ai due metri e mezzo quando si apre in due poderose branche, quella a sinistra sale obliqua e si divarica, quella a destra si apre in due e poi nuovamente in due, e così via andando a definire una chioma di almeno quindici metri di raggio, con alcune ramificazioni che ricadono andando a sfiorare la superficie del lago. Me la accarezzo per bene. E poi misuro: 150 x 3, ovvero 450 cm, a cui aggiungo 95, totale 545 cm! Niente male sul serio. Il busto di Michele Canzio riposa sotto queste fronde, nessun posto sarbbe più indicato.

Compio i miei riti ed eseguo un po’ di studio delle forme. Transitando dietro e seguendo il sentiero che riporta all’uscita, si possono ammirare le radici “colate” per un paio di metri, che si aprono come una mano gigante che s’è aggrappata alla terra.

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