Vintage # 2 – Jean Giono, l’uomo albero

La scoperta della scrittura di Jean Giono  ha rappresentato per me qualcosa di unico. Semplicemente mi fa impazzire come scrive, il suo passo, il mondo che descrive; non tanto i romanzi come Angelo e L’ussaro sul tetto, il più famoso, bensì le sue novelle terrestri e contadine, come quella meravigliosa rappresentazione fra fantastico e gotico della vita nei masi in Collina, la vita del pittore di santi de Il disertore, con un attacco da far tremare i polsi: «E’, a prima vista, un personaggio di Victor Hugo». La semplicità del gesto di colui che fa quel che fa perché ci crede o perché deve, e per nessun’altra ragione al mondo, rende magnetica, irresistibile, la figura scolpita nel legno del protagonista de L’uomo che piantava gli alberi. E poi questa sua lunga e “inqualificabile” Lettera ai contadini sulla povertà e la pace, un racconto che potrebbe far parte del Vecchio Testamento. Questo mondo dei contadini che ci sta sotto, che puntella più ancora delle opere del Michelangelo, di Giotto e di Da Vinci, del Caravaggio questo paese, la sua storia, la sua verità, come testimonia il film delle mie terre, quel capolavoro di realismo e di romanticismo che è stato L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, un film che ha davvero chiuso un’epoca. Un film che nessun regista oggi potrebbe mai realizzare. A quel mondo abbiamo sbattuto la porta in faccia. Ci siamo girati e ci siamo vestiti in giacca e cravatta per diventare tutti emuli dello stesso uomo moderno pronto a vendere anche l’anima. Un bell’affare, non c’è che dire. Certo c’è dell’ironia in questo: che un regista con il cognome di albero abbia raggiunto la sua maturazione con un film dal titolo di alberi: l’albero degli zoccoli altro non è che il gelso, un gelso che il contadino abbatte di nascosto dal padrone di casa e da cui ricava lo zoccolo nuovo per il figlio che l’ha rotto andando a scuola. Il contadino e la sua famiglia verranno cacciati di casa per questo “tradimento” della fiducia del padrone. Una visione della miseria che mi fa storcere il naso tutte quelle volte che sento dire, quasi sempre da gente che sarebbe comunque stata bene, che i tempi di una volta erano meglio di quelli attuali. E mi viene sempre da piangere, quando rivedo questa pellico e percepisco l’estrema, inconsolabile, povertà che la mia gente aveva indosso, per tutta la vita.

Le descrizioni di Giono sono eccezionali. Il modo in cui sa descrivere il paesaggio, i gesti, le attenzioni fra personaggio e personaggio, le parole e i pensieri che mette in testa alle sue anime d’inchiostro, la fantasia che utilizza nel giocare con le parole ma senza voglia di stupire, per il puro piacere di costruire qualcosa di bello. E così semplice. La sua scrittura ha qualcosa di economico, è, come in Carver (ma senza la delusione antropolica dello scrittore americano) economia, non c’è mai nulla di troppo, o quantomeno, ogni parola, ogni affermazione, ogni azione compiuta sembra la minima cosa che si possa dire e aggiungere. Buona parte dei suoi romanzi non sono mai particolarmente lunghi. Sono poco più che dei racconti.

Ecco, per gli occhi di voi cercatori di alberi, un passo abbastanza conosciuto da L’uomo che piantava gli alberi, la favola divenuta animazione ad opera del regista canadese Frédéric Back:

«Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione».

Dal trionfo della vita al trionfo della morte, in questa scena da Collina:

«L’erba freme. Sotto le stoppie gialle trema il lungo corpo muscoloso di una lucertola sorpresa che tiene testa al rumore della vanga di Jaume.
Ah, figlia di puttana.
La bestia avanza con scatti bruschi, come un sasso verde che rimbalzi. S’immobilizza, le zampe arcuate; la brace della sua gola soffia e sputacchia.
D’un tratto, Gondran è un blocco di forza. Il vigore gli gonfia le braccia, si accumula nelle larghe mani sul manico della vanga. Il legno ne trema.
Vuol essere l’animale dominante; quello che uccide. Il suo respiro ondeggia come un filo tra le sue labbra.
La lucertola si avvicina.
Un lampo, la vanga cala con forza.
Lui si accanisce, a colpi di tacco, sui monconi che si torcono.
Ora c’è soltanto un pugno di fango che freme».

Vita e morte, la grandezza della seconda che resta il più grande evento – atteso, sospinto il più avanti possibile – e celebra ogni piccola variazione della prima. Chi conosce l’esistenza della gente di montagna ha già sentito questa stretta vicinanza, così come chi si occupa di boschi, di parchi, di natura. Nella natura, in quello che consideriamo il regno degli animali, delle bestie, la vita e la morte sono facilmente interscambiabili; è allo stato naturale, allo stato brado, selvaggio, che in ogni istante, in ogni unità di tempo, vi sia chi si prenda la vita di qualcun altro: attraverso la morte la vita continua. In alcune specie di insetti o di animali la nuova generazione conduce alla morte della vecchia. Il mistero riposa in ogni più piccola e inoffensiva cosa come una radice morta di albero, una radice che una volta arrivata in casa può generare sogni e incubi, alleviare una pena o suscitare paure ancestrali, malattie mentali e fisiche: da Il serpente di stelle:

«Sì disse la signora, ma, Césaire, non metterlo vicino alla radice.
Quale radice? Domandai io. Come, una radice?
Una radice d’albero rispose la signora, una radice bianca. E’ là su quella gobba di terra come latte che cola, solo che è dura e malevola come non si può immaginare».

Ed è subdola, e di una forza incalcolabile, e una volta mi si è avvinghiata al piede e stava per tirarmi dentro la terra. Nello stesso libro Giono inventa un tipo di albero e di strumento, il Pino-lira o Pino-lira-arpa-eolica. Così lo descrive al termine della prima parte del romanzo:

«Mentre ci avvicinavamo, l’albero si mise a cantare una voce che era al contempo umana e vegetale. Vidi che avevano unito i due corni dell’albero con la traversa di un giogo cavo; avevano teso nove corde dal giogo al piede dell’albero: in tal modo, esso era diventato una lira vivente sia della vasta vita del vento, sia della sorda vita dei tronchi gonfi di resina, sia della vita tutta sanguinante dell’uomo».

Pare che alcuni lettori di questo libro abbiamo provato a costruirne uno, portandovi Giono: ma l’albero-strumento non emetteva alcun suono.

L’amore cocente per Giono mi ha portato a visitare il suo paesotto, dove è nato ed è rimasto per quasi tutta la vita, Manosque. Manosque è immerso nelle colline e nelle vallate dell’alta Provenza, una terra meravigliosa, a suo modo aspra, dove si coltivano ulivi, campi di lavanda, uve. A Manosque c’è una scultura, titolo enigmatico, Le froid, Il freddo, che rappresenta due contadini che si stringono. E poi c’è il Centre Jean Giono, dove sono raccolti alcuni suoi cimeli. L’emozione della foto all’entrata purtroppo non si tramuta in niente, perché siamo davvero allo stato del mero museo celebrativo, con vetrinette allestire secondo gli ordinari metri di consumo del turista domenicale. Con tutto il rispetto per il turista della domenica, che in qualche modo deve pur ammazzare il tempo e spesso è più sincero e curioso di tanti operatori del settore culturale. Ma è un po’ triste leggere le notizie della vita di quest’uomo in un edificio di stucchi e vetrinette, come se fosse un politico romantico. Ma per fortuna l’eredità sta altrove, nei suoi romanzi, nella sua voce, nei suoi vecchi e giovani personaggi che assomigliano a radici. Negli alberi che sembrano piegati dal vento che attraversa quelle valli e che si incontrano nei campi che costeggiano la strada dal confine italiano verso il mare, o nei vecchi salici con le loro chiome lunghe e dispettose, le grandi bocche scavate dentro i tronchi lanosi e rugosi. E su qualche collina c’è ancora, ne sono certo, un pastore di pecore che guarda di sotto, sotto la sua barba ispida, il cappello di stoffa pesante, rimuginando passi del dramma dei pastori, proprio come lo raccontava Giono.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.