Nominare una sequoia: Big Mother Bear al Lost Grove

Tiziano Fratus ai piedi della sequoia che ha rinominato: Big Mother Bear, Lost Grove, California.
Tiziano Fratus ai piedi della sequoia che ha rinominato: Big Mother Bear, Lost Grove, California.

LA SEQUOIA RIBATTEZZATA DA TIZIANO FRATUS

Lungo la Generals Highway che unisce le super sequoie General Grant e General Sherman, superata l’insegna del Sequoia National Park, si arriva al Lost Grove. Wendell Flint lo segnala a pagina 106 del suo To find the Biggest Tree: «Il suo punto di interesse è un albero con una larga base a zampa d’elefante, misura 104.6 piedi al colletto. Questo albero si restringe troppo per essere davvero un gigante.» 104.6 piedi sono trentuno metri. Dwight Willard, nel libro A guide to the Sequoia Groves of California, dedica mezza pagina a Lost Grove; il censimento condotto nel 1969 dal National Parc Service riporta la presenta di centotrenta sequoie con diametro del tronco apd superiore ai cinque piedi, ma nessun “twenty footer”, venti piedi (di diametro), «sebbene  un esemplare enormemente rigonfio vicino al sentiero è molto prossimo al riconoscimento.» Organizzando il viaggio ho rifatto decine di volte l’elenco dei groves e dei parchi da visitare e senza una ragione Lost Grove è sempre rientrato. Che vi sia una ragione oscura, nascosta, istintiva?

Un filare di sequoie sulla zona di destra, dove c’è anche una casupola in legno senza presidio e toilette. Dalla parte opposta gruppi di alberi di maggiore dimensione. Tre sequoie sono messe a L, la vista dal cuore, buttata in alto verso il giallo delle fronde irradiate dal sole mattutino, è molto affascinante. Il ramo di una delle tre è andato a fondersi col tronco di un’altra. L’occhio ricade a terra e nella penombra sbuca, a qualche decina di metri dalla staccionata, un enorme tronco bucato, fessurato, scavato. L’architettura basale è strepitosa: lunghe code radicali che si abbassano, che sono scivolate verso il basso, nel mezzo si apre una prima fessura triangolare, lascia intravedere un parente interna, bucata più in basso. Arrivato all’ingresso mi faccio il segno della croce. La inseguo verso la cima, inarcando i muscoli del collo e irrigidendo la mandibola, mentre le iridi si allargano come se stessi vedendo la più bella della donne, così come natura l’ha fatta. Il tronco si restringe rapidamente, non va su dritto. Ci sarà qualche bestia lì dentro? Non è che la grande madre orsa ci riposa e non aspetta altro che un turista pirla che ci finisca in bocca? Chiudo gli occhi e per un attimo sento il fracasso delle sue ossa stritolate dalle fauci di un bocca digrignante. Superare le radici che fanno da pista è come scivolare dentro una bocca, una soglia lignea che sembra facilitare l’ingresso, o l’uscita. I bordi della prima apertura salgono e si cuciono in alto, come se fosse un abito da sera con lo spacco. E sotto altra materia, come se un secondo albero abitasse dentro il primo, una seconda pelle cucita alla perfezione. La chioma, una gran testa di capelli verdi, è integralmente raccolta alla cima. Ordinata e folta. L’ingresso è stretto, sembra l’incisione d’un chirurgo dentro la carne d’un dinosauro, è buio, ci si può stare in piedi al centro. «Mother? I’m at Home» chiamo ad alta voce, chiedendo permesso. Nessuna traccia di animali selvatici, per il momento ma sembra di entrare in un cuore, nella pancia d’un animale vivo. Dalla tasca dei pantaloncini tiro fuori la pila che accendo: a terra soltanto sabbia, sopra una calotta nerastra, figlia del fuoco. Dev’essere passato molto tempo da quando le fiamme sono passate di qua, perché la struttura esterna è integra, s’è ricostituita, non si vedono scottature evidenti. E poi chissà che storia esiste dentro questo antro, qualcuno deve averci vissuto. Riesco, mi arrampico sul terreno che la circonda, mi spingo con le mani, è ripido e si scivola. Ritornato all’ingresso dalla parte opposta la osservo, mi guardo intorno e dico: «Ti battezzo Big Mother Bear». D’ora in poi chi entrerà dovrà chiedere il permesso alla Grande Madre Orsa.

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