Conversazione con Daniele Zanzi

Il più celebre curatore di alberi monumentali in Italia

Daniele Zanzi e la Fito-Consult rappresentano, attualmente, un punto di eccellenza nella cura degli alberi secolari e monumentali, in Italia e a livello internazionale. Ci può parlare di alcuni risultati e di quali sviluppi sta prendendo il vostro lavoro?

Fito-Consult fu fondata nel 1982 e senza ombra di dubbio fu la prima Ditta di arboricoltura, dove con questo termine intendo la cura agli alberi, ad apparire sul mercato italiano. Si può dire che l’arboricoltura italiana nacque con noi.  Di questo ne sono molto fiero e orgoglioso. Ciò che mi animò, oltre ad una smisurata passione per gli alberi, che definisco genetica, fu la consapevolezza che il mercato richiedesse figure specializzate, capaci di fornire le giuste cure e attenzioni agli alberi. Nel panorama nazionale abbiamo svolto sempre una funzione pionieristica di introduzione di nuove tecniche e teorie. Introducemmo in Italia il tree climbing, scatenando all’inizio facili e comodi sarcasmi. Ricordo a tal proposito una vignetta ed un articolo irrisorio comparso su una notissima rivista tecnica del settore dove mi si dava dell’irresponsabile per aver introdotto nel nostro paese il climbing e mi si paragonava ad uno scimmione penzolante dai rami degli alberi. Il successo e la popolarità che questa tecnica ha poi avuto è stata la migliore risposta a queste stupide ed infondate insinuazioni. Addirittura mi si portò in Tribunale dove fui costretto a giustificarmi dell’uso del climbing. Come pure fui denunciato per l’impiego in ambito urbano della prima cippatrice apparsa sul mercato; fui addirittura accusato di trasformazione abusiva di rifiuti vegetali urbani. Questo per evidenziare come si presentasse negli anni 80 il mercato in Italia e quanti sacrifici,in termini materiali e intellettivi, mi costò l’introduzioni di novità rivelatesi oggi decisive per il progredire delle cure agli alberi. Nel 1988 il Prof. Alex Shigo, su mio invito, venne per la prima volta in Italia e il mitico Congresso dell’Aprile ‘88 a Varese,  in cui Shigo espose le sue teorie e i suoi studi, rappresentò la rivoluzione copernicana dell’arboricoltura non solo italiana,ma oserei dire europea; perché proprio lì si gettarono le base per la nascita, grazie all’incontro di tante realtà che provenivano da molti Paesi europei, dell’associazionismo di categoria a livello internazionale. Oggi il settore è cresciuto enormemente, migliaia sono le realtà commerciali; è veramente sorto un settore nuovo d’intervento che ,come tutte le realtà che crescono in fretta ed impetuosamente, vede anche l’apparire di molta improvvisazione e superficialità; ma il bilancio è nettamente positivo. Lo sviluppo del nostro lavoro non potrà fare astrazione da soggetti che realmente conoscono la biologia degli alberi. Il mondo vegetale è troppo importante per la sopravvivenza del genere umano per essere affidato a impreparati, politicanti e furbetti di quartiere.

Come descriverebbe la situazione italiana nella tutela e nella valorizzazione del patrimonio arboreo monumentale?

C’è ancora molta strada da percorrere. Di fatto la tutela degli alberi monumentali è affidata a Leggi Regionali e non tutte le Regioni italiane ne sono dotate. Manca poi un reale ed effettivo censimento degli alberi monumentali basato su criteri uniformi e certi. Manca presso gran parte dei nostri politici la coscienza di come un albero monumentale debba essere equipollente ad un monumento o opera d’arte. Manca poi ancora una reale affezione del grosso pubblico agli alberi che sono spesso visti solo come fonte di fastidio o di pericolo.

Durante una nostra conversazione mi ha parlato del fatto che si sta capendo soltanto in questi ultimi anni come funzionano gli alberi monumentali. Come vivono, come si gestiscono. Mi faceva l’esempio delle sequoie della California – Generale Sherman – che “mummificano” parte della propria struttura statica, un discorso che ho trovato terribilmente affascinante. Ce ne può parlare in dettaglio?

La biologia degli alberi è misconosciuta; poche ed erronee nozioni spesso infarcite di miti ed inesattezze. In realtà gli alberi, come qualsiasi organismo vivente, soggiace ai principi della termodinamica. Pochi realizzano che un albero sia una macchina, efficientissima per altro, che produce e consuma energia. Ora uno dei problemi che un albero monumentale deve risolvere è quello del continuo aumento della propria massa, dovuto all’accrescimento secondario del legno. Una sequoia, come ad esempio il generale Sherman, con una massa stimata di oltre cinquemila tons, avrebbe grossissimi problemi statici e metabolici  se dovesse sostenere in toto – in termini d’energia – una massa così elevata. Quanta energia avrebbe bisogno per sostenersi? Semplicemente gli alberi risolvono questo problema trasformando parte della loro massa, quella più interna, in legno alterato a minor richiesta energetica. In poche parole è come se l’albero mummificasse il suo interno, impregnandolo di fenoli e tannini, per evitare un eccessivo consumo di energia. Semplice e geniale!!

Durante la tempesta che nel 1987 ha devastato il Regno Unito fra i pochi alberi che hanno resistito ci sono le sequoie. Per quali ragioni?

La notte del 16 ottobre 1987 un tremendo uragano si scatenò sulla zona di Londra, abbattendo, si stima, oltre 16 milioni di alberi. Una vera catastrofe e tragedia nazionale per il popolo inglese. Orbene in mezzo a distese di faggi, aceri, olmi,ecc divelti, svettavano ancora le chiome in piedi delle sequoie. Il design delle sequoie è infatti tra i più efficienti nel resistere agli stimoli esterni: una massa centrale tozza con nuova vegetazione, che si rinnova di frequente, appressata al tronco. In natura piccolo e tozzo è meglio, perché l’albero riesce in questo modo a destinare meno energie alle sue funzioni meccaniche di sostegno e nel contempo offre meno resistenza ai venti.

Come sa sto lavorando ad un libro dedicato alle sequoie d’Italia. Come si sono ambientate nel nostro paese? Ci sono regioni in cui si sono ambientate meglio? Qual è la sequoia più vecchia e grande di Varese e/o della provincia? Quando sono arrivate in Lombardia e chi le ha portate?

Le sequoie sono diffusissime in alcuni aree italiane. In particolare nelle zone lacustri prealpine ne troviamo in abbondanza. Diffuse pure sono in Toscana, in Alto Adige e nelle aree in cui la natura orografica presenta avvallamenti dove persistono condizioni di alta umidità relativa  e dove le piogge sono abbondanti. Il Sequoiadendron arrivò in  Europa nel 1854; orbene a Varese, nel 1863 c’era già  chi – Cesare Veratti – ne metteva a dimora un esemplare nei Giardini Estensi. Penso dunque che sia stata uno dei primi esemplari arrivati non solo in Lombardia, ma anche in Italia. Purtroppo l’esemplare è stato rimosso, perché morto, nel 1984. In quell’occasione mi è stato possibile contarne gli anelli e datarlo. La sequoia più imponente oggi di Varese è quella radicata all’interno del cortile della Scuola Salesiana di Varese, in Via Veratti, ultimo ricordo di uno storico giardino – quello della Famiglia Grossi -edificato nel 1820  e scomparso nel 1936. Quella sequoia fu verosimilmente messa a dimora intorno al 1880. A Varese ne esistono decine di esemplari, sia di vere sequoie che di Sequoiadendron. La gran parte sono databili alla fine del XIX secolo.

Il suo nome è legato a filo doppio al recupero del cipresso del Kashmir dell’Isola Madre, che nel 2006 venne sradicato da una tempesta. Tutti gli operatori lo davano per perso. Puoi ricostruire quei momenti e dirci cosa prova, ripensando alla situazione?

Il salvataggio del secolare esemplare di Cupressus cashmeriana ,radicato nel giardino botanico dell’Isola Madre, ha rappresentato un’esperienza professionale unica ed esaltante. Vedere rivivere un simile patriarca, una tra le più importanti piante d’Europa, schiantato al suolo da un fortunale è stato un evento che ha illuminato la mia vita professionale. Si trattava di risollevare un esemplare di 70 tons. di peso, ancorarlo e stabilizzarlo, predisporre le cure più idonee per la sua ripresa, verificarne periodicamente le condizioni,ecc. Il tutto su di un’ isola inaccessibile a mezzi meccanici, con una temperatura di 30° C, in condizioni disagevoli estreme, senza alcuna esperienza precedente specifica. Insomma ci siamo ingegnati,abbiamo messo nel progetto tutte le nostre conoscenze biologiche, statiche ed ingegneristiche. Si sono noleggiati elicotteri per trasportare sull’isola le gru  utilizzate normalmente nelle cave di marmo per risollevare l’esemplare, abbiamo perforato in profondità la dura roccia madre dell’isola per fissare i plinti di sostegno, abbiamo imbragato il cipresso in più di 100 punti di sollevamento per distribuire i carichi di sforzo, abbiamo usato oltre 1000 mt di cavi in dyneema per consolidare al terreno la pianta, abbiamo usato dinamometri, substrati organici e spore di funghi micorrizogeni, e poi ancora antagonisti naturali dei marciumi radicali. Abbiamo installato un impianto d’irrigazione sovra chioma per mantenere il cipresso sempre avvolto in una fitta e fine nebbia, abbiamo montato le tende alla base dell’albero per dormire lì e sfruttare al massimo le ore di luce lavorative. Insomma di tutto e di più; uno sforzo intellettivo e fisico notevole, ma alla fine ripagato …. A distanza di sei anni il cipresso sta completamente rifiorendo con migliaia di nuovi getti. Abbiamo ridato la vita ad un morto, prendendo decisioni e responsabilità in prima persona! L’intervento ha fatto epoca e scuola: sono stato chiamato ad illustrarne le fasi in tutto il mondo : dalle Hawaii al Giappone. Una grande soddisfazione per un progetto unico!

Quali sono gli alberi che state seguendo al momento?

Attualmente ci stiamo occupando delle cure da prestarsi a due alberi monumentali di Varese. Il primo è l’enorme Cedrus libani di Villa Mirabello, uno dei più monumentali cedri d’Europa che ogni 5-7 anni necessita del  nostro intervento specializzato per le potature e la revisione dei cavi di consolidamento; l’altro è il cosiddetto “piantone”, un Cedrus libani subspecie atlantica, radicato nel bel mezzo della città che qualche sconsiderato vorrebbe eliminare per supposta pericolosità. Purtroppo siamo pieni di Cassandre sempre pronte a trovare difetti e scuse per privarci di patrimoni così importanti. Abbiamo appena concluso un progetto di cure preliminari all’annoso esemplare di Ficus macrophylla di Piazza Marina a Palermo e ci accingiamo a prenderci cura dei platani monumentali del parco Sella di Biella.

3 risposte a "Conversazione con Daniele Zanzi"

  1. grazie per il vostro prezioso lavoro vedere questi monumenti è qualcosa che mette pace e sapere che qualcuno sa prendersene cura è confortante. spero che aumenti la consapevolezza per la salvaguardia di questi alberi.

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  2. Speriamo Rodolfo: per fortuna oggi i soggetti e le associazioni impegnati a vario titolo per la loro salvaguardia sono diversi. Lentamente ma si migliora. Nonostante i Salva Italia e la bulimia dei Signori del Cemento.

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