Figlie dell’immigrazione nella seconda metà del XIX secolo
Avevo raccolto informazioni riguardo le due sequoie giganti di Santo Stefano d’Aveto dal database degli alberi monumentali della Liguria e da un articolo scritto dal giornalista Sandro Sbarbaro (www.liguri.net/lepietremare/ritorni/sequoia.htm). Ero molto curioso di raggiungere la frazione Allegrezze posta a mille metri nell’entroterra genovese, la Liguria è terra che ospita soprattutto sequoie costali, le uniche altre sequoie le avevo viste nell’entroterra savonese, due esemplari malati e non particolarmente grandi. Avevo registrato alcuni dati dall’articolo dello Sbarbaro: dimensioni del tronco pari a 470 e 640 cm, alla base; anni Ottanta dell’Ottocento, epoca della messa a dimora da parte di Agostino Zanaboldi, figlio di immigrati liguri negli Stati Uniti, che ritornò da New York con due piantine di sequoia. Rileggendo l’articolo mi sono sorti parecchi dubbi: primo perchè New York non è mai stata terra di sequoie, tutt’oggi ve ne sono pochissime e poco sviluppate, figuriamoci poi nella seconda metà dell’Ottocento, con la scarsità di attenzione che al tempo c’era per la botanica. E mi chiedo anche come fosse possibile, per un immigrato che probabilmente viaggiava in terza classe, proteggere e assicurare i piantini durante le settimane di viaggio. La storia legata a questi due alberi è comunque molto particolare e merita di essere ricordata e segnalata.
Dall’uscita dell’autostrada a Lavagna, a pochi chilometri da Chiavari, si sale lungo una stradina tutta tornanti che attraversa decine di frazioni e alcuni grossi paesi quali Carasco, Mezzanego, Borzonasca, Rezzoaglio. Dopo circatre quarti d’ora si arriva nel Parco Naturale Regionale dell’Aveto, dopo un’ora nel comune di Santo Stefano D’aveto. Salendo si sorpassa frazione La Villa che conduce al piccolo cimitero che anticipa il cartello di frazione Allegrezze. Le sequoie spiccano a lato del cimitero, due altissime guardie stile Gianni e Pinotto, quella alla vostra sinistra alta e smilza, quella alla vostra destra bassa e corpulenta. Ovviamente la mia attenzione volge – per empatia – alla seconda. Producono grossi coni, il più grosso misura 7 cm di lunghezza per 4 di diametro, e appartiene alla maggiore; dell’altro albero invece ne raccolgo uno più corto, 5 cm, per 4,5 cm di diametro. La smilza ha una chioma compatta, che arriva a un metro e mezzo da terra e s’innalza fino a circa venti metri; l’altra ramifica dai sei metri in su, presenta una distribuzione geometrica della chioma molto ampia, per un diametro che stimo in dodici metri nel punto più ampio. E’ più bassa, credo intorno ai 17 metri, la cima è stata staccata, non capisco se da un fulmine, dal vento, o dalla mano dell’uomo. Passo a le misure dei tronchi a petto d’uomo: la smilza 360 cm, la maggiore 520 cm. Faccio giusto in tempo a fotografarle e a misurarle che inizia a piovere a dirotto. Ventiquattro passi le divide.

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