Torino. Giardini Reali (bassi)

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Inizia un viaggio nelle aree verdi pubbliche del capoluogo piemontese

I giardini reali furono i primi giardini ad essere realizzati dentro le mura della città, nel corso del XVII secolo; al tempo i Savoia erano duchi e quindi i giardini, afferenti l’omonimo palazzo erano appunto ducali. Oggi le aree interessate sono due, una superiore – i giardini “alti” – all’interno delle mura o meglio del piano sul quale sta il centro della città, da piazza Castello a piazza San Carlo, attualmente inaccessibile a causa di lavori di restauro e riqualificazione, e la parte inferiore – i giardini “bassi” – che nasce sotto le mura della città, accanto a corso San Maurizio e attraversata dal viale dei Partigiani, la via che salendo conduce a piazza Castello. La superficie totale è 103mila m².

In una soleggiata giornata d’inizio febbraio (2011) visito i giardini della parte esterna alle mura, realizzati negli anni Venti del Novecento, un’area che spesso viene attraversata frettolosamente da chi si reca in centro per lavoro o per shopping, oltreché uno dei parcheggi più gettonati, per chi arriva da fuori città. Il controviale di corso San Maurizio è alberato a liriodendri, in estate svettano le foglie tetralobate, mentre nell’attuale stagione invernale i frutti stanno sui rami simili a fiori legnosi. Dall’altra parte del corso esiste un piccolo spazio verde con fontana, nel quale riposano alcuni begli esemplari di Taxus baccata e aceri. L’albero più interessante che si erge a pochi passi dal muretto di cinta del parco è un faggio, dalla struttura inedita e molto interessante, tanto che inizialmente lo prendo per un bagolaro orientale: un tronco tozzo, basso, che a tre metri si “rimpettisce” e divarica in sette branche; ne misuro il tronco: 314 cm. Niente male. Accanto ci si imbatte in un liriodendro che supera i venti metri di altezza. Produce i caratteristici semi sferici che in questo caso sono molto piccoli, dal diametro di un centimetro, un centimetro e mezzo. Platani, carpini, bagolari, pini silvestri, magnolie, ippocastani, tigli. Superata la sede dedicata alle rotaie del vecchio tram, che un decennio fa transitava ancora di qui prima dei cambiamenti dovuti al riassetto della città per le olimpiadi invernali. Ho un improvviso flashback a quando ero studente universitario, d’inverno, e sedevo sulle seggiole di legno dei vecchi tram arancioni, con i capelli che si appiccicavano al vetro appannato, e oltre la Torino grigia che ancora doveva riprendersi da decenni di dipendenza industriale e dal peso del terrorismo che tanto aveva colpito l’anima della città, soprattutto di quelli che la abitavano. Per fortuna quel mondo è stato rimosso e oggi la città si occupa d’altro.

La parte di parco che si estende fra le mura e questa vecchia sede in disuso offre diversi alberi interessanti: innanzitutto due esemplari di zelcova del Giappone (Zelkova serrata), che ritrovo dopo il primo avvistamento al parco di Millefonti, lungo il Po, accompagnati sempre da un paio di Celtis australis, come a voler ribadire che questa parte del paese è territorio di pertinenza esotica. A una decina di metri di distanza dal primo bagolaro occidentale si alza un bel pino strobo, con  le lunghe pigne appese. Platani, faggi, faggi rossi, e poi due grandi bagolari, credo i maggiori del parco, l’australis di 510 cm di circonferenza, l’occidentalis di 360 cm. Li fotografo nei minimi dettagli; il primo presenta una ferita profondissima, che si apre tutta a nord, nella sezione muschiata, si vede il vuoto che occupa il centro del tronco e dalla parete umida fuoriescono diversi funghi; il secondo non ha un tronco molto grande ma presenta una meravigliosa ramificazione primaria e secondiaria, che sale e ravviva un esemplare molto interessante. Più avanti tre noci del Caucaso, molto alti, tutti caratterizzati da tronchi che a meno di un metro si divaricano in due branche. Il maggiore ha un tronco che misuro: 513 cm; l’altezza presunta è intorno ai diciotto/diciannove metri. La parte di giardini che si estende oltre viale dei Partigiani fino a via Rossini, è occupata prevalentemente da platani, ippocastani (ce n’è uno notevole a pochi passi dal parcheggio dell’Auditorium della Rai che può essere ben fotografato con dietro e/o accanto alla sagoma della Mole), noci del Caucaso, tigli, faggi, due calo cedri giovani, pini, diversi interessanti esemplari di Taxus baccata che si alzano fino ad una decina di metri, ciliegi dolci, roveri. C’è un albero che non so definire: è ben sviluppato come un cachi o come un ippocastano ma col tronco quasi liscio e grigio-verde, appesi ai rami ha delle particolari lomenti o legumi che pendono a gruppi dalla parte finale dei rami; ogni legume ha un lunghezza fra i cinque, sei, sette centimetri. A terra ci sono delle larghe foglie aceriforma, non grandi come quelle dei platani, a tre punte. Dovrò ricorrere ai miei libri per capire di quale albero si tratti. Scartabellando noto il Koelreuteria paniculata, che ha foglie diverse da quelle che ho visto (ma potrebbero benissimo appartenere ad uno dei platani ibridi che sono presenti nell’area) ma presenta semi in capsule legumiformi che mi assomigliano molto a quelli che ho visto appesi a quest’albero. Non ho trovato un nome in italiano, so soltanto che in estate produce delle pannocchie di fiori gialli, e che per questa ragione viene chiamato in inglese Goldenrain Tree, ovvero albero della Pioggia dorata o anche Orgoglio d’India, o ancora Albero della Cina. Ammesso che sia questa la specie corrispondente – non ne sono del tutto sicuro – appartiene alla famiglia delle Sapindaceae della quale fanno parte anche gli aceri, gli ippocastani e i litchi (Litchi chinensis).

Dal prato nel quale si notano tre tassi ed un abete, lungo via Rossini, torno indietro e mi fermo ad un tasso che presenta una foltissima chioma, ma mi accorgo che ha delle foglie aghiformi pettinate, simili a quelle del tasso ma più lunghe, come il Cephalotaxus che ho visto al Burcina. Ne prendo un rametto che porto a casa per ulteriori verifiche. Il tronco è chiaro, quasi color sabbia, contorto. L’albero raggiunge i dieci metri e questo lo dovrebbe distinguere dagli esemplari più comuni del genere come l’harringtonia, che raggiunge i cinque metri, o il fortunei che vidi appunto nel biellese. Potrebbe essere un wilsoniana, che raggiunge l’altezza di questo esemplare. Le specie esistenti sono undici. Salgo viale dei Partigiani che diventa viale I Maggio, costeggiando la cancellata che protegge il parco superiore, oltre quale vedo diversi esemplari di platani, di diversa età, alcuni con due o tre sorosi appesi allo stesso picciolo, altri con un solo achenoso; non so se basti questa differenza a individuare esemplari di Platanus occidentalis, orientalis o esemplari ibridi, comunque è una differenza che mi permetto di sottolineare; quindi ippocastani, tigli dal tronco lucido, faggi pendula, aceri, tassi, carpini, frassini; al centro del parco intravedo un esemplare alto e armoniosamente espanso di platano. Ma non ne comprendo le reali proporzioni. C’è una piccola via che corre lungo gli edifici alla sinistra dell’ingresso in città, alla fine di viale I Maggio: qui noto tassi, ippocastani, liriodendri, abeti, cedri glauchi (probabilmente atlantica), e gli immancabili tigli. Giunto nella piazza noto che intorno al Castello ci sono alcuni alberi molto alti, che da lontano sembrano ginkgo, per la loro struttura. Mi avvicino e registro che si tratta esclusivamente di tigli.

«Dietro il Palazzo, verso la strada di circonvallazione, si stende il R. Giardino sostenuto dagli antichi bastioni. Lo fece nel genere regolare, introdotto da Le Nôtre per i giardini di Luigi XIV, il francese Dupacs o Duparc. È adornato da una grande fontana con Tritoni, di vasi e statue. Alcune sue parti furono testé racconciate alla moderna. Ciò che in esso havvi di più delizioso è il gran viale accanto alle segreterie». (Giuseppe Pomba, Descrizione di Torino, 1840). Pomba fu editore, prima con una casa editrice che portava il suo nome e cognome e in seguito dal 1854 con la UTET, che nacque dalla fusione della sua e della Tipografia Sociale di Torino.

6 risposte a “Torino. Giardini Reali (bassi)”

  1. Sono tornata indietro di quasi 20 anni, quando frequentavo L’Orto.
    Grazie per la magnifica passeggiata e minuziosa descrizione…ho preso nota per andarli a cercare.

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  2. Ciao Barbara, stai bene? Grazie a te, ti aspetto ad una passeggiata per cercatori di alberi e alla presentazione del nuovo libro il prossimo 21 marzo al Museo di Scienze Naturali

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  3. ciao sono finita per caso sulla tua pagina, grazie per la bella descrizione che hai fatto dei giardini reali bassi, io ed altri abbiamo costituito un comitato per difenderli dalla costruzione di un parcheggio interrato e la riorganizzazione dei viali in funzione dell’accoglienza di pulman turistici,
    posso condividere il tuo testo sulla pagina fb (per la difesa dei giardini reali bassi) ?
    a presto
    franca

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